Lo spettro del populismo globale

Cosa accomuna fenomeni così diversi, solo a prezzo di forzature arbitrarie inquadrabili sotto l’etichetta passe-partout di populismo, come l’inaspettata ascesa di Trump al potere, il dilagare di movimenti nazionalisti e anti-establishment, a volte genericamente identificabili sotto le ormai obsolete etichette di destra o di sinistra, o totalmente deideologizzati? Sulle due sponde dell’Atlantico, la roccaforte di quello che una volta si chiamava mondo libero ed egemonizzava il resto del globo, si è trasformata in una trincea esposta ai grandi sommovimenti prodotti dalla globalizzazione e popolata dagli incubi e paure di un ceto medio privo di identità e nostalgico di certezze perdute.

Proviamo innanzitutto a individuare quel nucleo basilare di caratteristiche condivise dal populismo classico e contemporaneo in tutte le sue forme: il punto di partenza è l’assunzione che il popolo, identificato genericamente con la gente comune e la società civile,sia una sorta di depositario di saggezza, onestà, buon senso e realismo, ingiustamente vessato da politici incompetenti e corrotti ritenuti incapaci di dare adeguata rappresentanza alle sue esigenze fondamentali.Come tutte le ideologie politiche, da quelle più rudimentali alle più sofisticate, il populismo abbisogna di un nemico che funga da capro espiatorio, sul modello elementare dell’opposizione binaria noi/loro, che nel caso specifico vede fronteggiarsi governanti e governati. E ciò per esercitare una presa immediata sulle masse e consolidare la sua attrattività e la sua capacità di creare consenso.

Questo meccanismo favorisce la costruzione e la proiezione collettiva di una comunità immaginaria percepita come unica istanza capace di porre rimedio a frustrazioni purtroppo ben reali di fronte a cui ci si sente impotenti. Questo tanto più che la situazione di frammentazione in cui versa il tessuto sociale odierno non consente forme alternative di aggregazione più attente alla concreta sostanza dei fatti, e focalizzate su rivendicazioni specifiche non necessariamente rivolte contro un’entità percepita come ostile.

L’impotenza ad agire in prima persona e a rendersi arbitri del proprio destino sfocia così in un atteggiamento di passività che lascia suppurare il senso di frustrazione e trova finalmente sfogo nell’invocazione dell’uomo forte. Anche questa figura archetipica è un correlato proiettivo del cittadino medio, incarnato in un’immagine simbolica di potente suggestione che condensain iperbole vizi e virtù: spirito di intraprendenza, spregiudicatezza, attitudine alla menzogna, sessismo e machismo. Gli esempi dei grandi dittatori del passato e di politici postdemocratici come Berlusconi e Trump sono quanto mai eloquenti al riguardo.

Ma cosa differenzia i populismi odierni da quelli che li hanno preceduti nella storia? Il primo aspetto è certamente la dimensione planetaria del fenomeno: il crollo del bipolarismo e le grandi trasformazioni indotte dall’espansione globale dei mercati hanno contribuito a una polarizzazione estrema tra troppo ricchi e troppo poveri e alla diffusione incontrastata del pensiero unico neoliberale, che impone in un Occidente ormai poco competitivo bassi salari e tagli allo stato sociale, mentre nei paesi emergenti si accrescono i livelli medi di benessere della popolazione, pur tra forti diseguaglianze. I popoli statunitensi ed europei percepiscono solo le caratteristiche disfunzionali del fenomeno: alla decrescita del potere d’acquisto e dall’erosione dei diritti garantiti dal welfare, si aggiungono ad attizzare le paure della collettività gli attentati terroristici e la presenza massiccia di migranti, lo strumento di cui si servono i potenti per massimizzare i propri interessi a scapito della cittadinanza.

Il secondo aspetto è di natura comunicativa e riguarda le potenzialità, spesso inquietanti, insite nei nuovi media. Nell’ ampliamento e nella diffusione del malcontento collettivo e del flusso di informazioni e opinioni distorte che lo alimentano, svolge un ruolo fondamentale il web con i suoi poteri amplificatori, che determinano l’avallo acritico alle teorie complottistiche, il predominio dell’invettiva e dell’insulto sul ragionamento argomentato.

Il meccanismo di autoconferma caratteristico dei social network, che selezionano e accorpano i contenuti in bacheca in base alle preferenze ideologiche degli utenti, è una dimostrazione evidente della velocità con cui si forma e viene veicolato il consenso. Fino al punto che questo sfugge ai filtri selettivi e ai dispositivi di controllo allestiti dagli attori dell’agone politico tradizionale, incapace di tenere il passo con le nuove tecnologie. L’accertamento della verità e l’esame di realtà a cui ogni opinione va sottoposta, necessari per un consenso ben informato, sono procedure lente e faticose. Le stesse che contraddistinguono la dialettica democratica, col suo sistema di pesi e contrappesi e le pratiche di mediazione svolte dai suoi rappresentanti. Forse oramai resa obsoleta dal rumore che proviene dal cyberspazio, in cui ogni bufala è presa per oro colato e chiunque può sentirsi titolato a promuovere rivoluzioni radicali.

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