Lo sterminio dimenticato

Oggi 24 aprile ricorre il centenario  del genocidio armeno considerato a tutti gli effetti il primo sterminio di massa del Novecento. Nel 1909, quando salirono al potere i Giovani Turchi uno dei principali obiettivi, del gruppo politico fortemente nazionalista e caratterizzato da un forte fanatismo, era quello di perseguire l’idea di un territorio dall’Anatolia, regione ancora popolata da un gran numero di armeni, all’Asia Centrale abitato esclusivamente dall’etnia turca.

Con l’approssimarsi della prima guerra mondiale, il governo turco temette che il popolo armeno potesse allearsi con il nemico russo, mettendo in serio pericolo la precaria stabilità del paese. Per queste ragioni, i Giovani Turchi riunitisi nel 1911 in un congresso segreto a Salonicco, decisero di pianificare l’eliminazione sistematica del popolo armeno. L’occasione giusta per dare il via al loro piano di sterminio venne fornita dallo scoppio della guerra, che impedì ai paesi esteri di potere intromettersi nelle questioni interne relative alla Turchia.

Tutto ebbe inizio nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915, quando nella città di Costantinopoli, l’odierna Istanbul, si verificò un improvviso rastrellamento degli intellettuali armeni presenti in città, in un solo giorno scomparvero più di 300 persone tra giornalisti, scrittori, parlamentari, avvocati, sempre nel 1915, fu ordinato il disarmo di tutti i militari armeni arruolatisi per la guerra che vennero arrestati e massacrati.

Infine il piano dei Giovani Turchi colpì la popolazione armena dell’Anatolia, deportata verso la Mesopotamia con la scusa di dover evacuare le zone di guerra e obbligata a vere e proprie marce della morte che coinvolsero circa 1.200.000 persone dove la maggior parte morì durante il faticoso tragitto. Chi organizzò e pianificò il genocidio si preoccupò allo stesso tempo di cercare di nascondere la verità. La Turchia si è sempre rifiutata di riconoscere il genocidio degli armeni, sdrammatizzando i fatti e minimizzando il numero delle vittime.

Ancora oggi in Turchia parlare del genocidio degli Armeni è considerato un reato un attentato all’unità nazionale. Molti intellettuali e letterati per averlo fatto hanno dovuto subire processi, sono stati condannati, alcuni sono stati costretti l’esilio:
  Orhan Pamuk, premio nobel per la letteratura, ha avuto problemi perché in una intervista  rilasciata per una  rivista svizzera nel 2005 ha dichiarato: «Noi turchi abbiamo ucciso trentamila curdi e un milione di armeni e nessuno, tranne me, osa parlarne in Turchia». La dichiarazione dell’autore di “Istanbul” e di molti altri romanzi, che non è certo l’unico a sostenere quella posizione, scatenò pesanti polemiche in Turchia, ancora oggi sono molti i turchi che non vedono di buon occhio lo scrittore, eppure ne dovrebbero andare fieri;
   Hrant Dink, giornalista e direttore di Agos che dopo aver ricevuto diverse minacce di morte, fu assassinato nel 2007, solo per aver avuto il coraggio di scrivere diversi articoli in difesa dei curdi e degli armeni e perché si è battuto per il riconoscimento del genocidio, in questi anni migliaia di armeni hanno manifestato perché fosse ristabilita la verità sulla sua morte, su cui pesano pesanti ombre;
   Elif Şafak, l’autrice del libro “La bastarda di Istanbul” era stata accusata per aver infranto l’Articolo 301 che puniva l’offesa all’identità  turca, incolpata perché nel suo racconto parlava del genocidio armeno.

Nel 2008 l’Articolo 301 del Codice Penale Turco è stato riformato anche in conformità ad un espressa richiesta dell’Unione Europea.

monumento aremeniNel 2014 i terroristi dello Stato islamico hanno distrutto la chiesa armena dei Martiri situata nella città siriana di Deir Ezzor. Il luogo di culto era particolarmente importante per gli armeni poiché includeva al suo interno un monumento commemorativo del genocidio e un mausoleo con i resti delle vittime delle atrocità turche.

La chiesa era meta di pellegrinaggio di migliaia di persone, che ogni 24 aprile ricordavano il genocidio.

Deir Ezzor è definita “Auschwitz degli armeni” visto che centinaia di migliaia di persone sono morte a Deir Ezzor e nei deserti circostanti dopo essere stati deportati dai turchi.