Luci spente per sempre: Eni porti via quella carcassa di ferro

Solo il sindaco può emettere tale ordinanza

Le vedevi da lontano le ciminiere accese di Eni, quasi a dare il benvenuto (si fa per dire) alla città simbolo dell’industrializzazione. Arrivando da Vittoria o dalla Gela-Catania, la puzza insopportabile di uova marce dello stabilimento era la manifestazione dell’attività di raffinazione del petrolio che dava lavoro a migliaia di persone. Certo ne abbiamo visti di concittadini  morti di tumore, ma questo era il prezzo da pagare in cambio del benessere. Un giro di centinaia e centinaia di milioni di euro che hanno fatto di Gela la sesta città della Sicilia per abitanti  e capacità economica.

 Poi ad un tratto, come a colui colpito da ischemia  fulminante che non gli dà scampo, quelle luci delle ciminiere si sono spente e con esse è andato via quel fetore di marciume, e quel cielo grigiastro che caratterizzava la città. Eni che aveva violentato il nostro mare, i nostri alberi, oscurato il nostro cielo e rubato le nostre stelle, è andata via per sempre.  Era il 6 novembre del 2014, quando al Ministero dello Sviluppo economico le istituzioni gelesi, sindaco, deputazione, presidente della Regione, hanno detto sì a quella promessa di riconversione dello stabilimento, che ne ha decretato la morte profonda. Le luci si sono spente l’indomani, senza una alternativa per la città. Contemporaneamente si è accesa la rabbia, per un accordo non mantenuto.

Da allora lo spettro della disoccupazione e della povertà aleggia in città. Ed è iniziata una fuga, lenta, silenziosa, inevitabile. Famiglie intere hanno abbandonato la loro terra. Via, lontano dal sogno del Petrolchimico che si è trasformato in inganno. Che l’era del petrolio era finita si sapeva da tanto tempo. Fin dagli anni ’90. Ma noi ci siamo sempre illusi che non riguardasse Gela. Era sempre il 2014 quando il premier Renzi, venuto in città, disse che non conveniva più raffinare, ma che  Eni sarebbe rimasta lo stesso e non si sarebbe perso un posto di lavoro. Ma a parte quelli del diretto che il lavoro lo hanno mantenuto in qualche parte del mondo, l’indotto si è assottigliato fino a ridursi al lumicino.

Ma c’è ancora chi ha la speranza della svolta green in una città che è letteralmente in ginocchio, e che lancia continuamente appelli di aiuto al premier, al presidente della Repubblica e a quello della Regione. Nel frattempo Gela si svuota, ogni settimana, ogni mese di più. Una storia che si svolge al contrario cinquant’anni dopo l’arrivo del cane a sei zampe che portò con sé un aumento dell’occupazione, del numero degli abitanti, anche dell’estensione geografica di Gela.

Quello che ci ha lasciato Eni è quell’ammasso di ferro, tanta ferraglia, immobile. Come una carcassa di animale morto, in mezzo alla strada che nessuno rimuove. Una cattedrale nel deserto. Perchè? Perchè non liberare Gela da tale scempio? Eni ha portato via con sè la speranza di migliaia di gelesi, ha sconvolto la vita di intere famiglie monoreddito che non hanno più i soldi per comperare il pane. Che porti via anche quel monumento osceno che si vede da dietro la colonna dorica. In questo caso ce ne sarebbe di lavoro. Almeno per vent’anni.

 Il sindaco, il nostro sindaco, colui che è subentrato dopo l’accordo, e che ha avuto la sfortuna di amministrare una Gela ormai povera, dovrebbe esigere questo da Eni. Dovrebbe emanare una ordinanza con tanto di ultimatum alla società. O i fatti concreti o via per sempre, con i bagagli con cui è arrivata. E se Eni non fosse d’accordo? Allora ce lo vendiamo noi il ferro, almeno con i soldi ricavati ci leveremmo i debiti accumulati dalle passate amministrazioni.

Sindaco lei è l’unica istituzione che abbia il potere di emettere una ordinanza di “smantellamento”, per ridare il decoro che merita Gela, agisca subito per il bene della città.

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