Malamud: L’uomo di Kiev, storia di uno sconcertante caso giudiziario

“L’uomo di Kiev” (traduzione infedele di “the Fixer”), romanzo dello scrittore americano di origine ebraica Bernard Malamud, pubblicato nel 1966, vincitore del premio Pulitzer e del National Book Award.

Ambientato nella Russia zarista di inizio Novecento, corrotta e antisemita, si riferisce alla vicenda realmente accaduta nel 1911 a Menahem Mendel Beilis, nota come il “caso Beiliss“. Lo stesso Malamud ricostruisce la genesi del romanzo, questo uno stralcio:
«Ero alla ricerca di una storia che fosse accaduta in passato e che forse sarebbe potuta succedere di nuovo. Volevo la connessione storica che mi permettesse di inventare un mito. In altre parole, volevo mostrare quanto alcune delle nostre sfortunate esperienze storiche siano ricorrenti, quasi inopinate, quasi ritualistiche».

Il protagonista è un ebreo di umile estrazione, Yakov Bok, che lascia il suo shtetl (villaggio ebraico dell’Europa orientale, di lingua e cultura yiddish) nella pro­vincia di Kiev, abbandonando la moglie adultera e il suocero per recarsi in città, portando con se i pochi averi: i suoi attrezzi, un po’ di cibo, qualche libro tra cui i “Brani scelti” di Spinoza, filosofo maledetto e scomunicato dalla comunità ebraica nel 1600. Si lascia tutto alle sue spalle nella speranza di una vita migliore.

Per aver soccorso un ricco esponente delle Centurie Nere, un’organizzazione antisemita, riverso sulla strada ubriaco, si vede offrire un posto come sovrintendente nella fabbrica di mattoni nel quartiere di Kiev proibito agli ebrei e per ottenerlo si spaccia per russo, assumendo un nome falso.

In una caverna, vicino la fabbrica, viene ritrovato il corpo di un bambino barbaramente ucciso, le Centurie Nere accusano gli ebrei dell’assassinio.

In un suo secondo atto di soccorso difende un ebreo preso a sassate da alcuni bambini, tradito da false testimonianze, Yakov viene scoperto mentre lo nasconde nella sua stanza all’interno della fabbrica, ed è arrestato dalla polizia segreta di Kiev con l’accusa dell’omicidio. Viene rinchiuso in carcere senza un processo.

È un ebreo, solo questo basta per ritenerlo l’assassino, nonostante contro di lui non vi siano prove, se non quelle costruite ad arte da testimoni falsi e un pubblico ministero tutt’altro che obiettivo. Per loro: «nessun ebreo è innocente», perché «gli ebrei dominano il mondo, e noi sentiamo il peso del loro giogo».

Dopo il prologo iniziale, più dei due terzi, il romanzo narra la storia dei due anni e mezzo che il protagonista trascorre in carcere, durante i quali cerca di resistere alle terribili pressioni fisiche, alla fame e alle torture psicologiche del pubblico ministero Grubershov per costringerlo a confessare un omicidio che non ha commesso. Quale era la sua colpa? Essere ebreo e lui era stato scelto come capro espiatorio, condannato senza nessuna prova.
In prigione non perde mai la speranza, si sente vicino a Spinoza, legge i Vangeli e si identifica con la figura di Cristo, vittima innocente sacrificata come capro espiatore. Attraverso i colloqui con la moglie e il suocero si riavvicina alla famiglia e si riappropria anche dell’identità ebraica.
Grazie al sacrificio del giudice istruttore e del gesto eroico di una guardia, riesce a salvarsi e diventa un campione della causa ebraica al suo processo che finalmente può avere luogo.

Il caso Beiliss, unico processo per “accusa del sangue” dell’era moderna ai danni di un ebreo di Kiev, fu istituito nella città russa nell’anno 1913. Si riproponeva ai danni di un ebreo l’accusa cattolica che riteneva gli ebrei degli assassini di bambini cristiani, col cui sangue impastavano il pane azzimo in occasione della Pasqua ebraica.

Malamud ha scelto un episodio realmente accaduto per rammentarci che Hitler non è stato né il primo né l’unico a concepire l’insana idea di annientare milioni di uomini per il solo fatto di essere ebrei. Perché la persecuzione degli ebrei è stata un susseguirsi di umiliazioni, violenze e assassini, di cui l’Olocausto è solo l’espressione più eclatante, per dimensioni e follia.

Nelle pagine dedicate alla prigionia troviamo un uomo che lotta contro solitudine, contro lo scorrere del tempo e nella perenne attesa che qualcosa possa cambiare, un’attesa popolata da attimi di speranza e giorni di disperazione. Yakov, in carcere, messo sotto torchio, incatenato, perde la libertà, tranne quella di esistere, ma scopre di non essere più l’uomo che era stato:
«Una cosa ho imparato… Non puoi restare con le mani in mano di fronte alla tua distruzione. […] dove non c’è lotta per la libertà, non c’è libertà. Che cosa dice Spinoza? Se lo stato agisce in maniera incompatibile con la natura umana, il male minore è distruggerlo».

 

 

bernard-malamud 01Bernard Malamud è nato a Brooklyn nel 1917 figlio di immigrati ebrei russi, muore a Manhattan nel 1986, all’età di 71.
Con Saul Bellow, Malamud è considerato uno dei maestri del romanzo ebraico-americano, che ha notevolmente influenzato gli scrittori della generazione successiva, come  Philip Roth.

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