Industria un’ illusione. Marchioni: la rinascita di Gela che non è mai avvenuta. La città su Rai Storia

Dallo sbarco americano, ai tempi d’oro del turismo balneare, e poi l’avvento di Eni e il deserto lasciato dallo stabilimento. La storia di Gela è stata attraversata stasera su Rai Storia nel doumentario Mare Nostrum, di Eugenio Farioli Vecchioli e la regia di Federico Cataldi.

Il prof. Nuccio Mulè ha raccontato dello sbarco e del sistema di fortificazione della Gela durante la guerra. Un reportage nei luoghi dove nel luglio 1943 sbarcarono gli Alleati, tra bunker, casematte e i ricordi delle donne e degli uomini di Sicilia. Oggi sono rimaste le lapidi commemorative e i bunker di calcestruzzo. Immagini in bianco e nero originali conservate negli archivi Rai hanno accompagnato il racconto.


Subito si è passati alla Gela d’oro anni ’50. Lo splendido mare della città del Golfo ha attirato imprenditori francesi che scelsero di insediare sulla spiaggia dorata gli stabilimenti balneari. La conchiglia inaugurata nel ’58 ha rappresentato uno dei locali più noti di Italia meridionale, frequentato da turisti provenienti da tutta l’isola con concerti e feste che si susseguivano. “Oggi la Conchiglia sembra una carcassa di animale squartato”.

Poì si è passato al ’59 quando è arrivato un nuovo sbarco, quello di Eni. Le immagini sono di quella strana creatura di acciaio: la piattaforma scarabeo che i gelesi chiamarono la Sofia Loren del mondo petrolifero. Eni trovò il petrolio nel 1956 e nel giro di un paio di anni la campagna gelese venne trasformata in un Texas italiano. Ma il petrolio di Gela era di pessima qualità che non poteva essere facilmente raffinato con i classici sistemi di raffinazione. Enrico Mattei aveva investito già troppo per Gela e il risultato è stato un impianto vero e proprio di petrolchimico. Eni si affidò a registi e scrittori importati per promuovere la sua azienda. Nel documentario si sono susseguite immagini tratte dai filmati di Giuseppe Ferreri. Ma anche Alberto Moravia ha parlato di Eni.

Il gigante di Gela fu completato nel ’64 : era risultato di 30 milioni di ore di lavoro e 140 milioni di lire. E poi la Gela di notte, le luci di Eni che facevano di essa una città fantascientifica.
“Di fronte alla miseria la speranza del petrolio unica novità dei siciliani e dalla povertà e arretratezza Gela esce grazie ad Eni”, ne era convinto perfino Leonardo Sciascia.


Ed ecco le immagini del cantastorie Ciccio Busacca ” biniritta la scienza”.

Per la prima volta il sociologo Marco Marchioni parla della sua esperienza a Gela e del petrolchimico come simbolo di uno sviluppo distorto. Il libro scritto con l’altro sociologo Eyvind Hytten su il caso Gela “industrializzazione senza sviluppo”, non è stato venduto perchè sparito subito dalla librerie di Italia. i due sociologhi trascorsero a Gela due anni, incaricati dallo stesso Eni. La  ricerca sociologica sul rapporto tra industria e gelesi non diede i risultati sperati, e per tale ragione i due sociologi non furono pagati e mandati via dalla stessa società.

“Da lontano Gela di notte sembrava New York e poi trovavi una città orribile”. Ha detto Marchioni. “L’Eni – ha continuato Marchioni- aveva dato lavoro ma solo una piccala percentuali gelesi, tecnici e dirigenti provenivano dal nord. Vi era una netta separazione tra dipendenti e gelesi, marcata con la costruzione di Macchitella. Vasca nel bagno, acqua, ascensore, verde, il quartiere rispetto alla vecchia Gela era un’altra storia. Acqua, gas e la luce venivano da Eni. Dire venire da Macchitella era diverso da venire da Gela. Macchitella era una isola, una zona autosufficiente, ma oggi é inserita nel quartiere urbano e non ci sono più le sbarre dagli anni 70. La città è cresciuta rapidamente e male.” Ha detto Marchioni.

“L’idea sbagliata era quello di non avere rapporti tra cultura tradizionale e industria. Tecnici e dirigenti rivendicavano il successo dello stabilimento, tutto ciò che non andava era da attribuire ai gelesi e ai politici. Eni era stata solo un’illusione, lo sapeva anche lo stato. Una rinascita che non era mai avvenuta” Ha detto Marchioni.

Oggi la città non volta più le spalle al mare. Gela senza Eni è una metropoli disabitata. Fino a qualche anno fa il pontile di Eni era trafficato come una autostrada, oggi solo qualche ormeggio. Si è passati da 80 navi al mese a tre navi al mese. E il mare davanti a Gela oggi è senza imbarcazioni, un paradosso per una città che ha avuto uno dei maggiori ponti sbarcatoi del Mediterraneo. Oggi Gela è una città sospesa, in attesa. Il porto rifugio compromesso, eppure si trova a 1000 chilometri da Suez e a 1000 chilometri da Gibilterra. Posizione ideale. Su 45 mila navi che durante l’anno transitano nel mare qui vicino nessuna di essa ha come rotta Gela perché non qui non si ha la possibilità di ospitarle. Oggi Gela aspetta la riconversione, anche se ha altro su cui puntare tra cui l’archeologia e l’arte.

L’artista Giovanni Iudice con le sue tele e il  suo mare è stato tra i protagonisti di questa sera.