Metamorfosi del populismo tra Atlantico e Mediterraneo

Il dilagare del fenomeno Trump ha letteralmente spiazzato i commentatori statunitensi, evidentemente assuefatti alla rappresentazione consolatoria e confortante dell’Italia come l’unico paese al mondo in cui un palazzinaro tozzo e goffo, dai capelli tinti e dall’eloquio incerto potesse, a colpi di slogan e di gaffe ripetute a oltranza, conquistare la pancia del paese e travolgere il tradizionale establishment moderato. A differenza che in Italia, tuttavia, è estremamente improbabile che Trump riesca a soddisfare la sua brama di governo. Resta il fatto che la sua irresistibile ascesa alla testa del Good Old Party rappresenta comunque un trionfo senza precedenti e un unicum nella storia americana. In precedenza, tentativi di candidatura da parte di outsider milionari con ambizioni antisistema, come quello di Ross Perot, erano serviti soltanto a tingere le campagne elettorali di qualche folkloristica nota di colore.

Trump è un figlio della classe media come Berlusconi, papà immobiliarista a New York che lo ispira e gli apre la strada nelle fortune professionali. Difficile non ravvisare similitudini da vite parallele, dato che Berlusconi senior, procuratore con diritto di firma presso la Banca Rasini, aveva avuto modo di gettare le basi per la fulminante carriera del ben più celebre frutto dei suoi lombi. Sulle rispettive fortune entrambi sono stati capaci di lucrare consensi e simpatie presso un pubblico ormai disaffezionato alle stantie liturgie di un potere autoreferenziale, grazie alla loro capacità di spacciarsi per figli del popolo alternativi al ceto dei politici di professione e delle dinamiche autoriproduttive che ne scandiscono il perpetuarsi.

Identico poi il tono asseverativo delle frasi roboanti ed elementari che entrambi sanno scandire ai comizi per la gioia dei loro supporter. Il dispositivo retorico è identico: si insiste sulla polarizzazione tra bene e male, amico e nemico e sulle appartenenze nazional-identitarie. Il nostro è un grande paese ma corroso da minacce esterne e interne, la sinistra distrugge la tenuta del tessuto sociale perché animata da invidie e odi di classe, le tasse deprimono la libera iniziativa e servono solo a foraggiare parassiti e incapaci, lo stato sociale è l’anticamera del socialismo reale, i comunisti mangiano i bambini, i fascisti non erano poi malaccio e Obama è negro, musulmano e keniota che si spaccia per americano. La tutela della purezza etnica WASP va a braccetto con l’elogio dell’Italietta padana e strapaesana.

Ma proprio nel momento in cui la fenice del berlusconismo rinasce sulle sponde dell’Atlantico, dove un trentennio fa la politica pop si era incarnata nelle sembianze incartapecorite di Ronald Reagan, già attore di mediocri film western, ecco che da noi, complici gli acciacchi e l’età avanzata che scandiscono il declino dell’Unto del Signore, si assiste a una dissoluzione del fenomeno. Come dopo l’esplosione di una supernova, si è innescata una proliferazione illimitata di mille stelle del populismo. Berlusconi uno e trino aveva saputo mirabilmente tenere insieme l’anima moderata, quella padano-leghista e quella fascio-capitolina della destra, ora incarnate per via di pseudofiliazioni nelle sembianze furbette del faccione di Renzi, nella sgangherata tracotanza di Salvini e nell’inespressività arcana degli occhi cerulei di Giorgia Meloni.

Non da meno sono i vari cacicchi che si sono creati delle rendite di posizione da intoccabili nei governatorati del Suditalia, con al seguito un sottobosco di personaggi-immagine scelti tra la società civile a rappresentare il mondo dell’imprenditoria e delle professioni. Tra questi non sono pochi coloro che hanno legato il loro destino di populisti rivoluzionari all’antimafia-spettacolo. La passerella è assai ampia e variegata, la nota comune è un avvicendarsi continuo di istrioni mediatici, capaci solo di boutade rivoluzionarie, promesse puntualmente disattese e slogan ad effetto, impaniati in una perpetua coazione a ripetere dal dispositivo binario della retorica noi/altri: noi gli onesti che abbiamo drammaticamente messo a repentaglio la nostra esistenza per la causa dell’antimafia, loro i mafiosi, corpo estraneo che intacca il tessuto sano della società.

Costoro devono le loro fortune ai proclami che oppongono la politica del fare alla politica politicante, compromessa con amicizie inconfessabili. La cesura tra il populismo clientelare vecchia maniera e il populismo pop e divistico che sembra essere la cifra simbolica della nuova generazione è tuttavia soltanto apparente, fermo restando l’aspetto fondamentale che ne marca la differenza rispetto a quello d’oltreoceano: da noi è l’antimafia il vessillo da sventolare a ogni piè sospinto a garantire verginità politica e onestà adamantina, che tanto non costa nulla concedersi da soli simili qualifiche e rivendicarle come un’esclusiva. E infatti secondo una certa convinzione in auge tra i paladini dell’antimafia, a fare antimafia sono abilitati solo alcuni soggetti prescelti per illuminazione divina e chiunque si permetta di attaccare e opporsi, anche solo politicamente, a un paladino dell’antimafia viene con facilità tacciato di mafiosità dal sistema di potere e le sue critiche liquidate come non veritiere e inopportune perché gettano discredito su uno che antimafioso lo è per investitura divina e acclamazione popolare.

Nel calderone dell’antimafia scompare ogni differenza tra destra e sinistra, tutto si stempera in un populismo liquido privo di sostanza e di forma, animato solo dalla brama del potere per il potere e tutto rivolto a inseguire le contingenze del momento. L’attivismo febbrile di una rivoluzione permanente che non si solidifica mai in un’azione concreta tenta di puntellare un consenso ormai precario ricorrendo a narrazioni avulse dalla realtà, espressioni di un delirio affabulatorio e narcisistico. Che a questo pop liquido non sia preferibile almeno quanto a coerenza il populismo reazionario di uno che se non altro le idee chiare sembra averle?