Music & Me: l’occhio nel cielo.

Da giorni ho in mente di inaugurare una nuova rubrica sulla musica che ascolto, studiando il significato di certi brani e album, la storia che vi sta dietro e gli aneddoti intorno ad essi, riportando le mie personali interpretazioni.

Così ho deciso di dar vita a Music & Me, prendendo il nome dal terzo album solista di Michael Jackson, inciso nel 1973 all’età di soli 14 anni. Ma non sarà di MJ che vi parlerò oggi.

Vi parlo invece di un gruppo storico che magari non tutti conoscono, o difficilmente avranno approfondito: The Alan Parsons Project.

Nati nel 1976 a Londra, a due anni dall’incontro negli studi di Abbey Road tra l’ingegnere del suono Alan Parsons (che ai tempi collaborava ai brani di Paul McCartney) e Eric Woolfson, avvocato diventato poi suo manager: due musicisti dilettanti che sarebbero diventati esponenti nel campo dell’innovazione e della sperimentazione. Si presume che i pezzi fossero composti basandosi sulle tracce vocali guida di Woolfson sulle quali poi Parsons costruiva i temi strumentali. Tastiera, voce e chitarra erano i loro strumenti ma i brani venivano poi accompagnati da un’orchestra fissa diretta dal maestro Andrew Powell, e da altri musicisti-collaboratori, tra i quali Clare Torry, la voce femminile che sentite all’inizio di The Great Gig In The Sky dei Pink Floyd.

 

Qualcuno però conoscerà questo gruppo per un particolare brano su cui oggi mi voglio soffermare: Eye in the sky, tratto dall’omonimo album del 1982. L’album in questione presenta Mammagamma, prima traccia nella storia interamente composta ad un computer. La copertina rappresenta l’occhio di Horus, simbolo egiziano di potere, prosperità e buona salute. Sebbene circoli la credenza che la title-track faccia riferimento al romanzo 1984 di George Orwell, in realtà nessun membro della band ha mai dichiarato nulla di esplicito in tal proposito. Si sa invece per certo che Woolfson, che era un giocatore d’azzardo compulsivo,  ebbe l’ispirazione vedendo posizionate delle telecamere di sicurezza in un casinò di Las Vegas.

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Probabilmente il loro album in studio più famoso, fu l’ultimo a vincere il disco di platino. L’incisione si apre con la strumentale, tenace e magnetica Sirius che sfocia in Eye in the Sky.  Inizialmente Parsons odiava il brano, fu convinto da Woolfson e gli altri musicista a introdurla nel disco.

Non pensare che ‘scusa’ si possa dire facilmente. Non cercare di girare la frittata. Hai avuto molte opportunità, ma io non te ne darò mai più. Non chiedermele, è così che va a finire, perché parte di me sa quello che stai pensando.”Il testo racconta la prospettiva di un uomo disilluso da una storia controproducente, incompleta in cui ha scommesso  e creduto tantosulla sua amante, ma questa si è rivelata solo fonte di delusioni e amarezze.

Non dire parole di cui ti pentirai, non lasciare che il fuoco divampi nella tua testa.  Ho già sentito quest’accusata e non l’accetterò più, credimi.” L’imputata in questione non fa altro che incartarsi da sola con mezze verità, scuse e affermazioni surreali a cui il partner finge di credere. La donna, una volta smascherata,  va escandescenza e presa dal suo ego narcisistico fa quasi ricadere la colpa sulla persona al suo fianco, il quale tuttavia non era riuscito dapprima a chiudere la storia perché in lei ha visto la bellezza, la luce, per cui rifiuta di credere che sia tutta una semplice illusione, sperando sia solo una sua paranoia ( “Il sole nei tuoi occhi faceva sì che le tue bugie fossero degne di essere credute.”)

Ma in realtà lasciava che l’amata lo sottovalutasse per metterla alla prova, in quanto aveva imparato a sue spese ad analizzare le cose con occhio critico e a mettersi nei panni degli altri, disincantato da chi lo circonda. (“Sono l’occhio nel cielo che ti guarda, posso leggerti nella mente. Sono io che faccio le regole, tratto con i pazzi.  Posso ingannarti senza che tu te ne accorgo. Non mi serve altro da vedere per sapere che ti posso leggere nel pensiero.”)

Non lasciare false illusioni, non piangere perché non cambierò idea. Perciò trovati un altro idiota come hai fatto in passato, perché io non ho più intenzione di vivere credendo a delle bugie mentre tutti gli altri segni dicono l’opposto.”  Non potrei spiegare questo passaggio più dettagliatamente del testo stesso.

Il pezzo ha un andamento ritmato ma non troppo, a tratti decadente. La  chitarra alimenta una fase di cambiamento in corrispondenza al messaggio del pezzo, mentre la voce di Woolfson presenta un timbro dolce-amaro, quasi avvilito e in alcune parti determinato e struggente.  Probabilmente avrete sento la cover della cantante israeliana Noa, che offre una prospettiva più delicata e femminile pur mantenendosi su un registro vocale medio-basso. Ad ogni modo vi consiglio caldamente di approfondire meglio la discografia degli Alan Parsons Project.

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