Nada si racconta a Cunta.15

Quarantacinque anni di carriera tra musica, scrittura e teatro: Nada Malanima, in arte Nada, si è raccontata a Gela in un sabato sera di marzo ed accende i riflettori della rassegna internazionale Cunta, curata dall’associazione culturale “daterreinmezzoalmare”, giunta nel 2015, alla sua quinta edizione. “Non m’importa sapere chi sono, mi importa più esserlo e basta – esordisce l’artista toscana trapiantata da anni a Roma – ed in ogni cosa che faccio, mi piace indagare sull’universo femminile, un universo complesso che in quanto tale si presta a diverse letture: quella che prediligo è certamente relativa alla presunta fragilità esterna femminile, dietro alla quale si cela sovente la parte più nascosta, intima e quindi, vera, di una donna. E’ un po’ quel che esprimo nel mio ultimo disco, tra drammi, storie e vicissitudini di donne ai margini, escluse, ma che combattono”. Ma è anche ciò che Nada sperimenta a teatro, in “Scompagine”, una di quelle parole che non esistono nel vocabolario, ma che nel loro essere “licenze” rendono l’idea di quel che vogliono significare: “un monologo innanzi ad una platea illuminata di una donna che si descrive tra i dubbi della sua esistenza. Una donna schizofrenica che in un luogo di cura si relaziona con la parte sana. Da qui il dilemma: è meglio essere sani e sentirsi malati o essere malati e sentirsi sani?”.

Nada è il primo ospite di Cunta.15 International che, nel confermare anche quest’anno il ciclo di sette appuntamenti tra marzo e maggio, debutta con un pubblico che riempie la sala del Tropico Med, presso il lungomare Federico II di Svevia, a Gela (CL), occupando ogni spazio fruibile. Ed “Occupo poco spazio” è giusto il titolo dell’ultimo album (2014) pubblicato da Nada, “perchè – svela – poco è in fondo lo spazio che necessita di occupare ogni essere umano che è solo di passaggio in questo mondo”. Certo che di acqua ne è passata sotto i ponti da quello strepitoso esordio sanremese a 15 anni con “Ma che freddo fa” e che ha segnato un’epoca. “Allora tutto era diverso – narra l’artista – e venivo catapultata nella capitale e nello show business provenendo da un piccolo paese del livornese, una realtà povera e modesta. Non volevo fare la cantante e provavo puntualmente a distruggere quello che altri volevano costruire su di me. Furono anni difficili che ricordo con affetto e senza alcun rimpianto, anzi, mi sono ritrovata a fare la gavetta in età più matura, con la possibilità di sviluppare in maniera consapevole le mie idee ed i miei gusti, anche quando ho commesso errori che quindi non rinnego”. Sollecitata dalle domande delle giornaliste Rosa Battaglia e Zaira Placenti, Nada non esita ad abbandonare l’impostazione dimessa, spigliata ma quasi distaccata, per assumere con disinvoltura toni più diretti ed espressivi, senza mai tradire la naturalezza del suo aplomb, anche quando rivela l’aneddoto sul suo nome: “mia mamma volle portare avanti la gravidanza nonostante i medici fossero contrari e quando un giorno in spiaggia una zingara le lesse la mano dicendo che avrebbe avuto una femmina e che le avrebbe dato tante soddisfazioni, mia mamma le chiese il nome e la zingara rispose Nada. A quel punto, pur non essendo certa che con quella parola la zingara le avesse svelato il suo nome ovvero alluso a qualcos’altro, mia madre decise lo stesso che se fosse nata una bimba l’avrebbe chiamata così, cioè Nada”.

E l’ex enfant prodige, che appena diciassettenne poi vinse Sanremo con “Il cuore è uno zingaro” e che oggi strizza l’occhio alla musica indipendente, non si tira affatto indietro nel replicare con autenticità allorquando il direttore scientifico della rassegna, Emanuele Tuccio, prende la parola per chiederle sui “talent” in gran voga di questi tempi: “per indole – puntualizza Nada – non mi piace giudicare nessuno e mi rendo, peraltro, perfettamente conto che oggi gli spazi per emergere sono davvero pochi. Ammetto però che sfruttare questa condizione e sbattere tanti giovanissimi al giudizio dell’opinione pubblica non mi appassiona. E’ anche vero, d’altro canto, che se questo format ha così grande successo di pubblico, qualcosa vorrà pur dire”. Ecco allora, quando siamo in chiusura, entrare in scena il presidente dell’associazione “daterreinmezzoalmare”, Salvatore Morreale, per omaggiare con uno splendido mazzo di rose un’artista che nella serata dedicata alle “parole in mezzo al mare” ha mostrato di saper navigare tra le onde discorsive del proprio vissuto accarezzandole con l’eleganza della propria femminilità e la destrezza di chi sa il fatto suo.

 

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