Il malato non è figo, il guerriero sì.

In Harry Potter e il prigioniero di Azkaban compaiono per la prima volta i dissennatori. Queste creature spettrali si nutrono della felicità degli umani, che paralizzano risucchiandone l’anima e costringendoli a rivivere tutti i ricordi più bui, e solo questi resteranno se non si interviene in tempo. L’incantesimo per proteggersi si chiama incanto patronus e consiste nel concentrarsi su un ricordo felice e sulle persone che si amano. Più  intenso sarà il ricordo, più intensa sarà la proiezione di luce generata dall’incantesimo, e prenderà la forma dell’animale totem del mago che l’ha evocato. Inventando questa figura, la scrittrice J.K. Rowling ha creato una delle più belle metafore sulla depressione, e più genericamente, sulle paure e la malattia. In qualche modo, però, sono convinta che i dissennatori non siano solo il frutto di un racconto fantasy.

Vivo in una città infestata da dissennatori: tutti siamo destinati ad ammalarci di qualcosa, ma soprattutto siamo malati di terrore, anche quando fortunatamente non abbiamo ancora beccato nessun tumore. Molti sono molto più propensi a spegnersi, ad arrendersi nella loro zona di comfort prima ancora di cominciare a combattere. Riesco dunque a sentire i commenti cinici e scettici dei più fatalisti che non credono nell’importanza di cogliere l’attimo. L’informatico Randy Pausch, invece, lo capì nel 2006 non appena gli fu diagnosticato un cancro al pancreas metastatizzato e, dopo un anno di cure, gli dissero che aveva pochi mesi di vita. Nel 2007 tenne la sua last lecture, l’ultima lezione pubblica nell’università dove insegnava. Decise di intitolarla “Come realizzare i tuoi sogni d’infanzia” e si riassume nei seguenti punti:

  • “L’esperienza è quello che ottieni quando non ottieni ciò che desideri.” Anche se non riesci a realizzare un sogno puoi comunque ottenere molto tentando di realizzarlo.
  • Quando sbagli ma nessuno te lo dice vuol dire che si sono arresi. Ma se c’è qualcuno che continua a correggerti vuol dire che tiene a te.
  • Gli ostacoli servono a farci dimostrare quanto realmente teniamo a qualcosa.
  • Decidi se sei Tigro o Ih-Oh e scegli come sfruttare il tempo che sprechi lamentandoti, anche se ti rimane poco da vivere.
  • Gioca onestamente con gli altri: dì la verità, chiedi scusa quando sbagli e aspetta che la gente mostri il lato migliore di sé. Le scuse si compongono di “mi dispiace,” “è colpa mia” e “come posso rimediare?”. Una persona sincera non salta la terza parte.
  • Mostra gratitudine quando qualcuno fa qualcosa per te.

Randy Pausch chiarì che non cercava pietà o compassione. Fino al suo ultimo giorno, ha sempre cercato di trarre il meglio dalla vita. E quando sei destinato a una fine imminente, non importa quanto tu sia benestante o fortunato. La sua ultima lezione consisteva proprio sul come rispondere agli ostacoli e alle difficoltà, ma anche sul ricordo da lasciare di sé stessi. Alla fine del discorso, specificò che non lo scrisse per gli studenti che ne avrebbero tratto giovamento, ma lo scrisse prima di tutto per i tre bambini che avrebbe lasciato.

Molta gente, però, non riesce né a cogliere un segnale, né a trarre un insegnamento dalle proprie vicissitudini o da quelle altrui. Non importa che si tratti di depressione, cancro, o qualsiasi altra forma di malattia o malessere, perché come dice quel gran cinico di Dr. House: “Si può vivere con dignità, ma non morire.” È lo stesso messaggio che recentemente ha cercato di lanciare Nadia Toffa, la quale è stata prontamente fraintesa e criticata. Ovvio che Nadia sa di non poter definirsi fuori pericolo, com’è altrettanto ovvio che sa che una malattia non ti rende figo, anzi, hai beccato la sfortuna peggiore. Forse forse, Nadia voleva dire che a restituirti la dignità non è né la malattia, né il modo in cui ti curi, ma il modo in cui ogni giorno sfrutti quel po’ che ti rimane da vivere.

Forse forse, questi poveracci nelle mani della loro sorte stanno cercando di avvertirci. Stanno cercando di insegnarci che ci sono patologie più gravi come la codardia, la paura, la rassegnazione e la solitudine. E magari non lo dicono solo a chi prova un malessere di tipo fisico, perché il tumore prima di tutto è emotivo.