Nele “Svizzero” rimarrà nei luoghi che più amava: un ricordo per gli amici, un esempio per chi non lo conosceva

Un murales coi colori del Gela Calcio e la scritta “Cidati” e un altro col bianco e il rosso della bandiera della Svizzera e una piccola frase: “Cosa mi raconti”.

No, non ho sbagliato, è proprio “Cosa mi raconti”. Lo ricordano così gli amici Nele “Svizzero” e lo ricordano proprio lì, in quei luoghi in cui Emanuele Alabiso amava stare. Lo stadio, per tifare la sua squadra del cuore e “le palazzine”, dove incontrava gli amici con cui era cresciuto. Una tragedia che ha scosso la città, un dolore che non troverà silenzio e che risiede nel ricordo di chi lo conosceva bene. Di chi in questi giorni non ha fatto altro che scrivere sul suo profilo facebook per ribadire ancora una volta quanto questo ragazzo dal sorriso contagioso amasse la vita. Un avventuriero, un giovane dalla battuta sempre pronta, che sapeva divertirsi e divertire chi gli stava accanto. A volte sembrano parole fatte, ma quando vedi questa esplosione di affetto sincero e stima infinita, ti rendi conto che hanno proprio ragione quelli che dicono che ad andar via sono sempre i migliori. È questo che rimane oggi. Rimane il ritratto di un’amicizia sincera, da prendere per esempio in un mondo in cui l’opportunismo a tutti i costi ha rovinato ormai le relazioni umane. Rimane l’immagine di un ventiseienne che di uno sguardo allegro e vispo aveva fatto uno stile di vita. Di certo i problemi e i pensieri nella sua quotidianità non mancavano, come tutti del resto, ma non se ne faceva un dramma Nele “Svizzero”, tanto giovane, ma maturo abbastanza da sapere e capire che il dono della vita supera qualsiasi delusione. Un insegnamento che aveva già suggerito ai suoi amici e che ha trasmesso a tutti in questa infelice circostanza. Di questa tragedia rimane il brivido a fior di pelle di un destino beffardo che ha rapito con sé padre e figlio, insieme, forse per farli sentire meno soli nell’ultimo viaggio verso un posto da cui nessuno ha mai fatto ritorno. Rimane il drammatico dolore di una madre che ha ricordato il sogno, uno dei tanti, del figlio di fare il giornalista; rimane l’improvvisa solitudine di una ragazza che sa già che il suo primo vero amore non si scorderà mai. Rimangono le fotografie dei momenti vissuti, i racconti, gli aneddoti, l’arte sul muro, un volto disegnato e colorato che chiederà e pretenderà di essere guardato. Perché Emanuele non va dimenticato. Non va dimenticato quando si litiga con gli amici o quando si guida in modo irresponsabile senza casco o dopo aver bevuto mettendo a rischio la propria vita e quella degli altri. Non va dimenticato quando ci si piange addosso, perché fino alla settimana scorsa c’era un ragazzo che tutto questo lo sapeva e lo sapeva benissimo. Vorrei poter piangere “con un occhio solo” queste tragedie e pensare che nella vita tutto abbia davvero un senso. Anche la morte. Anche il dolore. Più rispetto per tutto, per tutti e per sé stessi. Più amore, per favore, in un mondo che va a rotoli…

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