Noi siamo i giovani

 

Cambiano i governi, i ministri e i programmi elettorali ma di politiche per ridurre la disoccupazione giovanile nemmeno l’ombra. I dati dell’Istat parlano chiaro: tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni risale a dicembre superando quota 40%, in aumento di 0,2 punti percentuali sul mese precedente, al livello più alto da giugno 2015. Lo scorso mese, il tasso di disoccupazione è al 12%, stabile su novembre (dato rivisto al rialzo da 11,9% a 12%), e in su di 0,4 punti su dicembre 2015. Per l’Istat è il livello più alto da giugno 2015 (12,2%). Niente di nuovo insomma. Semmai più grave del previsto. Sappiamo benissimo che i giovani non godono certo della migliore considerazione della generazione che li precede: si dice sempre che i giovani non sono più quelli di una volta, che sono dei perdigiorno, bamboccioni e senza futuro. Forse la causa di tanto astio nei confronti dei giovani, in una società tradizionalista e morbosamente gerontocratica come quella italiana, sta proprio nella paura che la loro voglia di cambiamento sia talmente forte da travolgere un passato fatto di egoismi, sprechi, clientelismo, gattopardismo, interessi personali, accordi e mazzette, facendo crollare un presupposto non solo politico, ma anche socioculturale che sin dagli anni 60’ accompagna le sorti di quello che Dante chiamava “Bel Paese”. La cosa certa è che i giovani di chance ne hanno avute davvero poche, soprattutto se ti chiami Italia e utilizzi la disoccupazione come mero strumento di elettorale. Infatti, la maggior parte dei nostri studenti decidono di emigrare all’estero: zaino in spalla, cartina geografica sul retro dei jeans e il desiderio di essere valorizzati e di riuscire a fornire il loro prezioso contributo. Se per tre quarti dei giovani italiani (75,6%) le opportunità offerte dal proprio paese sono “Peggiori” o “Abbastanza peggiori”, questo è vero solo per il 20% dei francesi, per il 17% dei britannici e addirittura per meno del 10% dei tedeschi (8,6%). Al contrario, più di un quarto di britannici e tedeschi (rispettivamente, il 25,6% e il 27,4%) concordano “Molto” che il proprio paese sia attrattivo anche per i giovani stranieri. La scorsa settimana, una nota rivista italiana, ha pubblicato un’intervista al professore ordinario di Demografia e Statistica sociale alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano e uno dei curatori del Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo, Alessandro Rosina, il quale senza mezzi termini, spiega come “i giovani italiani non sono una generazione senza futuro, una generazione “perduta”, ma sembrano piuttosto una generazione smarrita nel senso di chi sta cercando la propria strada e fa fatica a trovarla nel nostro paese. “Con il rischio quindi – aggiunge Rosina – di diventare anche una generazione “dispersa”, non solo e non tanto in senso geografico, ma più nell’ accezione di energia non usata in modo efficiente per produrre cambiamento e sviluppo. Con il timore alla fine di essere ricordata come una generazione sprecata, ovvero non riuscita, nonostante le potenzialità, a raggiungere pieni e importanti obiettivi di lavoro e di vita”.

Ma cosa fanno gli altri stati per impedire le “fughe di cervelli”? Prendiamo il caso di uno dei paesi che viene considerato da molti politologi come la nuova potenza egemone presente all’interno del panorama internazionale, la Cina. Negli ultimi 10 anni, il governo cinese ha deciso di stanziare delle politiche indirizzate ai suoi studenti in giro per il mondo, al fine di convincerli a ritornare in patria una volta terminati gli studi all’estero. Il governo punta molto su di loro, tanto da proporre una serie di esenzioni fiscali, vantaggi economici, borse di studio, dottorati di ricerca, pur di riuscire ad ottenere il loro prezioso contributo. Inoltre, la Cina risulta essere lo stato che investe di più sia nell’ambito scientifico sia in quello tecnologico. Modello interessante che non potrebbe esistere nel nostro paese, visto che oltre le parole di elogio, la nostra cara e vecchia politica non riesce proprio ad intestarsi il tema della disoccupazione giovanile. Per loro è come la matematica per uno studente di lettere.

Certo, qualche giovane valoroso è rimasto, ma se togliamo qualcuno più fortunato, qualcun altro che “adesso mi butto in politica”, restano quelli che consumano il proprio tempo vissuto, in ore, giorni senza sapore, uguali, immutabili, ‘indaffarati a far niente’. Per loro l’Italia non sta diventando altro che attesa infinita, come una stazione dei treni che hanno chiuso da tempo, dove forse il loro treno non passerà più. Da qualche parte, nel loro cuore, custodiscono una debole fiammella di speranza che il politichese sta lentamente spegnendo.