Non si può morire così! A Gela il tumore strappa via un’altra giovane vita

Morire giovani è contro natura, è una tragedia che non si può pensare né accettare. Una crudeltà gratuita della vita che, d’improvviso, decide di strapparti qualcuno a cui sei molto legato per prenderlo con sé e portarlo chissà dove, togliendogli la possibilità di stupirsi ancora a ogni nuovo sole o addormentarsi al calare di ogni incantevole luna. È un’ingiustizia senza eguali e fa rabbia, fa terribilmente rabbia.

Eppure, quando ero piccola le cose sembravano diverse. Non avevo mai visto una madre piangere per il proprio figlio. Chi ci lasciava era sempre anziano e moriva di vecchiaia. Già, era sempre per questo motivo che ci abbandonavano; in fondo, quello che dovevano fare l’avevano fatto: erano stati piccoli, poi grandi, poi adulti e poi anziani e, visto che la vita è l’unico spettacolo che non prevede repliche, avevano deciso un bel giorno di chiudere il sipario e ritirarsi dalle scene. Chi piangeva per loro lo faceva con un dolore in meno, consolati dalla certezza che i propri cari non avrebbero potuto chiedere di più perché ciò che avevano avuto era stato proprio tutto quello che prevedeva il copione. E così sono cresciuta, con i conti e i numeri alla mano, consapevole che ero ancora troppo piccola per preoccuparmi. La gente moriva a ottanta, novant’anni e io che al tempo ne avevo appena dieci non avevo di che lamentarmi. Poi, d’improvviso, qualcosa cambiò e iniziai a vedere attori e attrici della vita che conoscevo e ai quali ero legata ritirarsi troppo presto. Andar via senza lunghi preavvisi e scomparire nel buio di una malattia. Risucchiati da un mostro che sentivo per le prime volte: tumore. Sembrava venuto da lontano, capitato per sbaglio. Una fatale novità in cui erano caduti i più sfortunati. Facevano più paura gli ictus al tempo o gli infarti. Quelli sì che intimorivano tutti, ma il tumore no, era per pochi. A quel tempo. Negli anni la consapevolezza che le cose non fossero più le stesse prese sempre più il sopravvento e la vita rivelò il suo aspetto più macabro e angosciante: quello in cui l’età non è più una certezza e la vecchiaia non è più un limite, ma una grazia. Quella che prima era una parola sconosciuta aveva cambiato già nome più volte. Prima Debora, poi Peppe, poi Graziano, poi Stefania, poi Ilenia. Tutti bei volti di cui il mostro si era invaghito, impadronendosene senza ritegno. Una realtà, una verità questa che fa paura e paradossalmente, ironia della sorte, inizia a spaventare più chi è giovane e non chi è anziano. E ti viene da pensare quasi: “Guarda un po’ come cambiano le prospettive, quando sei piccola tutto ha una dimensione e quando cresci ne ha un’altra”. Ma stavolta non dipende da noi. Non dipende dall’età che ci rende pessimisti, affatto. È una colpa di cui non siamo i carnefici, un destino di cui siamo succubi, vittime impaurite e incredule. Una realtà da cui non dobbiamo farci ossessionare se vogliamo vivere e non sopravvivere nel terrore, ma non è facile. Non è per niente facile per chi per mestiere ha deciso di raccontare alla gente il bello e il brutto della quotidianità scrivere “Un’altra giovane vita spezzata dal tumore a Gela”. Io stavolta non riesco, forse anche per colpa del fatto che la “conoscevo”, Ilenia Schembri, se così posso dire. Accomunate da un qualcosa che sapevamo e che rispettavamo con un timido saluto a sguardo basso a ogni incontro. Non ce la faccio a scrivere che non c’è più, mi scuserete per questo. Mi congedo con l’amarezza di chi sa di aver scritto già troppo, perché in questi casi ogni parola suona stonata e infastidisce. Riesco a dire solo quello che dicono tutti: Non si può morire così, non si può morire giovani. E vi confido un segreto: non mi dispiacerebbe tornare ad avere dieci anni, assolutamente. Anche la morte al tempo era più onesta.

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