Nostra droga quotidiana

“Se vogliamo annientare la piramide della droga dobbiamo partire dalla base: il Tossicodipendente della Strada, e smetterla di partire lancia in resta contro i mulini a vento, cioè contro i pesci grossi, i quali sono tutti immediatamente sostituibili. Il tossicodipendente della strada, che ha bisogno della roba per vivere, è l’unico fattore insostituibile nell’equazione della droga. Quando non ci saranno più tossicodipendenti disposti a comprare la droga non ci sarà più traffico di droga. Finché esisterà il bisogno della droga, ci sarà qualcuno pronto a soddisfarlo”. Queste parole di William Burroughs, tratte dall’appendice a Pasto nudo, il romanzo in cui con allucinata lucidità lo scrittore statunitense narra della sua esperienza di policonsumatore di stupefacenti, mantengono a tutt’oggi inalterata la loro inconfutabile verità. È sugli anelli terminali della catena del mercato della droga che bisogna intervenire per debellarlo.

 

Cosa spinge molte persone a drogarsi? E possiamo davvero ancora ostinarci a considerare marginale il fenomeno, data la sua diffusione capillare in tutti gli strati sociali? La nostra evoluzione ci ha forgiati come creature bisognose, incapaci di sopravvivere se recidiamo le nostre complesse relazioni osmotiche con l’ambiente in cui siamo immersi. Da tutto siamo dipendenti: da un tetto che ci offra rifugio dalle intemperie, dai nutrimenti che ci sostentano, dal lavoro che ci consente di procurarceli, dai nostri parenti e amici, dall’amore, dal sesso. E da entità apparentemente più impalpabili come il rispetto, la stima, il conforto, il riconoscimento sociale. Sempre sballottati nell’alternanza tra piacere e dolore: piacere, quando i nostri bisogni sono soddisfatti, dolore, quando sono frustrati. Tutti tentiamo di massimizzare il secondo e schivare il primo, e molti dolori che ci autoinfliggiamo sono in realtà funzionali alla realizzazione di un piacere superiore.

 

È quello che la droga, qualunque droga, consente: una scarica immediata che aggredisce i recettori dopaminergici del cervello inducendo una momentanea e immotivata onda di piacere che taciti quel senso di mancanza che può sorprendere anche il più appagato e realizzato di noi. Sarà forse il sapore crudo della realtà, l’evidenza del non senso che erompe a tratti nei momenti più inaspettati. Perché è vero che verità e adattamento trovano nel fatto nudo – o nel pasto nudo? – la loro adeguazione finale, ma non ci basta. Nulla ci basta mai, la dismisura è la vera misura del godimento, e il principio di piacere sovrasta di gran lunga quello di realtà. Che va sempre rivestita e abbellita del superfluo. E le gratificazioni che ci derivano dai risultati di un lungo lavoro o di una faticosa impresa di conquista spesso sono sopravanzate dall’amara considerazione secondo cui quello che ci rimane tra le mani forse non valeva tanta pena. E allora il piacere privo di scopo, condensato in un attimo sempre reiterabile e soggetto a crescita indefinita, vale da cifra abbreviativa e scorciatoia per un percorso che ai più di noi richiede una quotidiana e noiosa sequenza di sforzi ritualizzati.

 

Solo agli dei – e non certo ai mediocri filosofi e ai pretastri che miseramente tentano di scimmiottarli – è dato di raggiungere l’assoluta mancanza di bisogno. Per noi comuni mortali è impossibile eradicarlo. Del resto, come l’antropologia ci insegna, l’uso di droghe è connaturato a qualunque cultura ed è questo un dato in aggirabile, di cui pubblici moralizzatori e anche ben intenzionati operatori del settore dovrebbero tener conto. La gente non cesserà mai di drogarsi, e il modo capitalistico di produzione ha avuto quale unico effetto quello di sottrarre l’assunzione di sostanze alteranti dai contesti rituali-religiosi di origine per livellarle tutte nell’equivalente universale della merce-roba (ancora Burroughs, contaminato con Marx).

 

E in tempi di globalizzazione, l’indotto delle narcomafie, con la complicità di fatto, se non intenzionale, prestata dai legislatori, è riuscito a creare un dispositivo di produzione, stoccaggio, allocazione e distribuzione delle droghe quanto mai efficiente e pervasivo. A tutto vantaggio di chi le produce e ne gestisce gli spostamenti. A dispetto della grande varietà di sostanze reperibili sul mercato quel che conta davvero, come del resto per ogni merce, è il valore di scambio. Il valore d’uso è relativo, così come i benefici per il consumatore e il suo stato di salute. A prescindere dalla qualità delle porcherie immesse nel mercato – perché questo sono i prodotti di più facile reperibilità – quel che conta è che ci siano dei disgraziati disposti ad autodistruggersi per procurarsele.

 

Non tuteli la salute dei tossicodipendenti proibendo loro l’uso di una sostanza per cui darebbero più della vita. Per uno che riesce a liberarsene grazie a un lungo e tormentato percorso di disintossicazione ce ne sono mille che vi rimangono avvinti a vita. Perché è così che vogliono, e non li rieduchi con catene, psicoterapie, farmaci sostitutivi e insulsaggini sulla bellezza e sul valore di una vita sana ed equilibrata. E vanno rispettati anche nell’ostinazione di perseguire anche quella che con ottime ragioni è da valutare come una non-scelta. Uno stato civile e progredito dovrebbe prendersi cura di chi non ce la fa, anche se le proporzioni fossero invertite.

 

Il proibizionismo regge soltanto sull’equivoco esiziale che sarebbe auspicabile una società in cui nessuno faccia uso di droghe, eccezion fatta per quelle legali, spesso più pericolose, come l’alcool o la nicotina, di tante che legali non sono. Ma se le droghe – tutte le droghe e non solo quelle leggere – fossero legalizzate, crollerebbe il grande giro d’affari che vi è stato costruito intorno. E non pochi lobbysti e politici farebbero la fame, mentre i narcotrafficanti dovrebbero sottostare all’imperativo fondamentale del libero mercato, anche se forse il più disatteso: la soddisfazione reale del cliente. Prodotti standardizzati nel taglio e nel dosaggio, corredati di informazioni esaustive sulle qualità organolettiche e sui danni per la salute, da vendere dietro ricetta medica. Anche chi acquista solo sogni che si consumano nel tempo effimero di una dose ne ha il diritto. Che il pasto nudo non sia preferibile ad altre finzioni e orpelli?

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