Nuovi pianeti e società interstellari: il confronto tra vite umane e aliene

Negli ultimi due decenni, la scoperta di centinaia di pianeti in orbita attorno a stelle vicine ha rafforzato le ipotesi sulla possibilità che almeno alcuni di questi possano ospitare la vita come noi la conosciamo. Poiché sulla Terra la vita è praticamente ovunque ci sia acqua allo stato liquido, la ricerca di vita extraterrestre è concentrata sulle cosiddette “zone abitabili” attorno alle stelle, cioè quelle aree dove eventuali pianeti godrebbero di temperature adatte all’esistenza di mari di acqua liquida. Recentissimamente la Nasa ha comunicato la scoperta di un sistema, incredibilmente simile a quello solare, con sette pianeti di dimensioni simili alla Terra, tre dei quali si trovano nella cosiddetta “zona abitabile”. I pianeti orbitano intorno a TRAPPIST-1, una nana rossa ultrafredda che si trova a 39 anni luce dalla nostra Terra. Le nuove tecnologie ci permettono di sperare che, in un futuro non molto lontano, saremo in grado di cercare l’acqua e i segni dell’eventuale presenza di forme di vita su questi mondi distanti e, perché no, magari anche di raggiungerli. Si tratta di una scoperta di notevole interesse per il mondo scientifico e naturalmente entusiasmante per tutta l’umanità ma, sottoponendola ad un’analisi critica su diversi fronti, potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio.

Per secoli l’uomo è stato l’unico, il solo, l’inimitabile protagonista della vita e della natura, dello spazio e del tempo in cui agisce, della ragione e della conoscenza. Dalla filosofia presocratica a quella contemporanea, passando per il mondo religioso-spirituale, sempre l’umanità si è posta dinnanzi a tutto: come essa si potrebbe rapportare al pensiero di dividere questo primato con altre forme di vita intelligenti? Che risvolti potrebbe avere nella società la possibilità di intrattenere relazioni con esseri parimenti sviluppati agli uomini? La paura e l’arroganza, caratteristiche proprie della storia dell’uomo che stanno alla base di conflitti, fenomeni sociali e dinamiche note ad ognuno di noi nel nostro piccolo, avrebbero la meglio anche in questo caso? L’antropocentrismo, ossia la tendenza a considerare l’uomo e tutto ciò che gli è proprio come centrale nell’Universo, nasce sostanzialmente nella Grecia del V secolo a. C. con Socrate e i Sofisti, per essere poi approfondito dai cristiani Agostino e San Tommaso. L’uomo gode ancora oggi della consolidata convinzione di essere il perno di un vasto e sconosciuto universo, e si rapporta alla natura come un piccolo dio in grado di modificare la realtà a suo piacere. A questa ferma convinzione contribuisce senza dubbio l’impronta religiosa della nostra umanità che, paradossalmente, al contempo ci rende grandi, facendoci eredi diretti della divinità, e ci limita alla realtà finita che ci è dato conoscere. Nella prospettiva (forse nemmeno troppo lontana) di un futuro in cui il genere umano non sarà l’unica intelligenza sviluppata riconosciuta, forse dovremmo prestare maggior attenzione alle “voci fuori dal coro”, e magari rendere un po’ più conto a filosofi come Giordano Bruno. Bruno sosteneva che occorresse cambiare l’approccio all’infinità del cosmo, quale vita che continuamente si rigenera e muta, nella quale l’uomo rappresenta solo un infimo dettaglio, un’ombra, un finito, non dotato di un qualche primato a priori.

In una realtà in cui il progresso scientifico è più veloce della comprensione umana, ciò che bisogna superare per limitare il potere di distruzione di quell’ “umanità propria dell’umanità” è “l’arroganza filosofica”, l’idea del dominio su una natura pronta ad essere manipolata a piacere. Se vuoi che ci sia un futuro per l’umanità, agisci in modo tale da crearne le condizioni possibili, in quanto oggi non è più ammissibile ignorare se ciò che segue l’azione sia un bene o un male per essa. Dobbiamo tener conto della mutata posizione dell’uomo, non più oggetto e soggetto della conoscenza, non più punto cardine della natura, ma solo punto, solo infinitesimamente piccola parte dell’infinito.

 

In definitiva, l’umanità deve riconoscere il proprio limite, la finitezza che la caratterizza e la definisce propriamente come tale. Nessuno ci ha mai negato la possibilità di non essere i soli nella realtà cosmica, e nessuno ci ha mai assicurato di esserlo. È assolutamente anacronistico credere di essere gli unici viventi dotati di un’intelligenza sviluppata in un universo così sconosciuto, vasto e ancora in espansione. Dobbiamo essere pronti a fare i conti con noi stessi e con la paura che può scaturire da qualcosa di diverso da noi.

 

Articolo di

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Assia Mauro

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