Onorate il Vile: l’articolo che scrivo per te

Non era previsto che io e la mia collega di Accento Desirée Alabiso andassimo al concerto dei Marlene Kuntz che si è tenuto ieri sera. In realtà lei è la vera fan sfegatata, mentre io non conoscendoli come vorrei non posso definirmi tale, seppur li apprezzi come apprezzo il rock in tutti i suoi sottogeneri e in tutte le loro sfaccettature. Ne parlavamo da un po’, ma appena due giorni prima abbiamo trovato modo di organizzarci.
Premesse: spesso nei miei articoli denuncio la mancanza di spazi a Gela che accontentino le diverse sottoculture e i diversi panorami underground così come denuncio l’inefficienza degli artisti, dei musicisti fermi a reprimere il loro talento nelle mura di queste città, ad agonizzare e vivere di insofferenza e nostalgia. In realtà non mi riferisco soltanto alla nostalgia di tempi già vissuti, spesso si può essere nostalgici anche di tempi in cui si era assenti ma che si va a studiare e ripercorrere nel presente. È il mio caso: ho solo vent’anni (diciamo quasi ventuno) e mi sono imbarcata con un gruppo di quasi trentenni e ultratrentenni, per assistere a un concerto di cinquantenni che suonano e saltano come se avesse poco più degli anni che ho io. Perché? Perché posso, perché mi va e perché potrebbe non capitare mai più tanto spesso visti i tempi che corrono. E magari perché i miei coetanei non hanno idea delle realtà che ci sono al di fuori dei loro mondi, mentre io voglio averla perché c’è il rischio che non diventerò una di quei quarantenni che assistono ai concerti, perché non ci saranno concerti. Che cosa importa se non ci credi che ti può piacere. Di solito pesa sentirsi vecchi. A me pesa definirmi giovane, ma le cose stanno così: ho l’indole decadentista.
“Nostalgia” è un termine che ho sentito spesso negli ultimi mesi, oltre ad averlo utilizzo io stessa. Una sensazione invincibile, infallibile. Puoi fingere di non vederla, non sentirla, ma c’è. Non demoralizzatevi, è anche un bene. Tempo è un treno che passa. E non è un dramma dire che è vero, ma si sa che ci manca la faccia (quella giusta) per prenderlo al volo. Se è vero che ammettere la mancanza di qualcosa (così come l’ammettere l’esistenza di un problema) è il primo passo verso la soluzione. Non si tratta di rivivere il passato, ma di trarne spunto per rinnovare il presente. Il concerto di ieri si è tenuto al MA, uno dei tanti spazi catanesi che danno rilievo ai concerti, ospitando artisti internazionali e offrendo laboratori creativi e di sperimentazione. D’accordo, Gela non è Catania e non lo sarà mai, ma veramente è così difficile aprire uno spazio simile anche nella nostra città? Uno. Quanto fa male lavorare al male che compare…. In realtà qualcuno ci ha provato a riabilitare a beneficio del pubblico degli spazi privati rimasti chiusi , ma è sempre stato bloccato per ragioni burocratiche e amministrative. Noi del movimento Cantieri Sociali 3.0 stiamo provando a mobilitare il panorama culturale, ma a lungo andare non tutte le iniziative potranno gravare sulla sede dell’Arci.
Parassitare per la nuova dignità è un surrogato delle andate vanità.
Quanto ai Marlene Kuntz e al loro “Onorate il Vile Tour”:  l’atmosfera è o.k., tutto è bello. Polly io ti voglio nel mio cervello.
L’alternative e l’indie italiano dispone di repertori complessi, dai testi enigmatici ed elaborati dal significato non sempre esplicito e a libera interpretazione, oltre a invocare denunce sociali che difficilmente si riscontrano nella musica leggera. I Marlene invece, nel ventennio de Il Vile non hanno rinunciato alla sfacciatezza dei testi che caratterizzano l’album del ’96, con quella sfrontatezza tagliente e spiazzante alla Henry Miller. Diró di più: probabilmente i meno nostalgici in tutto questo erano proprio loro! Qualcuno tra la folla, sebbene lo spazio non fosse granché ampio, non ha rinunciato a quella che è l’arte del pogo. Persino io ho un po’ cercato di lasciarmi trascinare. E in queste stanze si urla e un tonfo scuce la pelle, glaciale un brivido sale dal basso. Scompaio.
Con i pezzi dell’ultimo album Lunga attesa mostrano di essere rimasti fedeli al loro stile, per quanto la differenza degli anni si faccia sentire e li renda meno freschi rispetto a un tempo. A fine concerto ho avuto modo di fare conoscenza con Luca “Lagash” Saporiti, bassista ufficiale della band dal 2007 che ha preso posto di Dan Solo. Con eleganza si è mostrato propenso ad interloquire sia con la gente nel locale, a dispetto dell’immagine narcisista che viene attribuita a molta gente di spettacolo. Il frontman Cristiano Godano, si è mostrato parecchio stanco non ha comunque trascurato i fan, riconoscendo alcuni volti già visti. Il chitarrista Riccardo Tesio non da meno, mentre non ho avuto modo in mezzo alla confusione di ritrovarmi assieme al batterista Luca Bergia, a differenza di altra gente che era con me.
Quella dei Marlene Kuntz e di altri gruppi a loro simili è una realtà sconosciuta alle masse, e ciò penalizza sul mondo della discografia italiana fin quando l’alternativa non diventa la prima scelta. “Finché non fanno i giudici ad X-Factor vanno bene così.” come direbbero molti fan. Eppure  anche gente estranea a questa realtà non ha rinunciato ad imbarcarsi per qualcosa di “diverso”, ma proporre il diverso a Gela diventa un’impresa sempre più ardua. Vorrei colpire al cuore e conquistare il tuo stupore, ma è così dura, credi. Non lo so fare. NON LO SO FARE!
È tutto congelato, ma non morto. Mentre confido nel reincontrare nuovamente i Marlene lavoro all’inchiesta sulle realtà gelesi di un tempo e la nostalgia canaglia si fa sempre più viva, mentre si cerca di rendere viva anche la tenacia, la forza di volontà.
Quanto fa male ritornare al gelo dei sorrisi uccisi dalle nostre lacrime. Quanto fa male devastare gli argini del nostro scorrere: la terra è fradicia anche al sole oramai. Come stavamo ieri… sara’ cosi’ domani?Dimmi di sí.

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