Oscar Wilde: l’apostolo del bello

Il ritratto di Dorian Gray, romanzo dello scrittore irlandese Oscar Wilde, affronta la realtà attraverso una sua trasfigurazione fantastica. Dorian Gray, un bellissimo giovane londinese, di alta condizione sociale e interamente dedito ai piaceri. Il culto della bellezza è infatti l’unico scopo della sua vita, così come il suo più grande terrore è lo scorrere del tempo che tutto consuma.

Quando il pittore, Basil Hallward suo amico, uomo sincero e integro innamorato di lui immortala la sua straordinaria bellezza su una tela, Dorian alla vista della sua immagine ne rimane estasiato: “Che cosa triste! Io diventerò vecchio, orribile, disgustoso, ma questo quadro resterà sempre giovane. Non sarà mai più vecchio di quanto è oggi, in questa giornata di giugno… Se solo potesse essere il contrario! Se potessi io rimanere sempre giovane e invecchiasse il quadro, invece! Per questo… per questo darei qualunque cosa! Sì, non c’è nulla al mondo che non darei! Darei l’anima!”.

Stipulato il patto, quello che porterà i segni delle sua decadenza morale fisica sarà il suo ritratto, mentre la sua bellezza sarà inalterata in una eterna giovinezza. Nasconde il dipinto in soffitta per non vedere la sua immagine immortalata diventare ogni giorno sempre più vecchia e ripugnante. La sensazione di libertà rafforza la sua condotta immorale, insieme con il cinico e elegante Henry Witton, conosciuto nello studio dell’amico pittore, si spinge sempre di più sulla strada della dissolutezza, dell’indifferenza ai sentimenti altrui, disprezza l’amore della bella Siybil, un’attricetta di teatro, causando il suo suicidio. Forse l’amore della donna lo avrebbe salvato, arriva alla fine anche ad uccidere il suo amico pittore, e per quale motivo? Perché decide di andarlo a trovare per verificare quanto sia vera l’immoralità di costume di cui Dorian è accusato, scoprendo il segreto del quadro tenta vanamente di intervenire per ricondurlo al bene, ma finisce ucciso, in un simbolico scontro tra bene e male.

Da uomo cinico e senza scrupoli ricatta e obbliga un suo vecchio amico, il chimico Alan Campbell, e lo obbligata a distruggere il corpo del pittore, portando anche quest’ultimo al suicidio. Il dandy Gray come Wilde punta sempre a rappresentare agli occhi del pudico spettatore d’epoca vittoriana, l’incarnazione stessa della più estrema raffinatezza del gusto, nei comportamenti privati sempre ostentati e nello stesso vestiario, ma dietro tutta questa appartenete fatuità c’è anche un grande conoscitore di musica e appassionato di teatro. La società puritana londinese per il suo stile di vita, lo isola perché scandalizzata per i suoi atteggiamenti libertini e immorali, ma allo stesso tempo è affascinata dalla sua eterna giovinezza. La sfrenata e continua ricerca del piacere lo porta all’ineluttabile sconfitta.

Un giorno, guardando il quadro: “il ritratto in piedi di un giovane di straordinaria bellezza”, si ricorda della sua duplice vita e sopraffatto dai sensi di colpa e dall’angoscia lo squarcia, con il coltello con cui aveva colpito a morte l’autore del quadro, e si accascia a terra morto. Per avere pace ed essere libero bisogna distruggere il passato.  Spezzato l’incanto la vita si riappropria di Dorian, il dipinto riacquista la bellezza di un tempo. I servi vedono a terra un Dorian che non conoscono, con un pugnale conficcato nel petto, vestito con abiti eleganti, con le rughe causate dal tempo e dalla sua vita sregolata, riconoscibile solo dai suoi anelli.

Nella storia narrata, nell’unico romanzo, troviamo tutti i temi cari dello scrittore: la violenta reazione all’epoca e alla cultura vittoriana, la cui morale borghese voleva fare dell’arte uno strumento di educazione conformista, da qui la ricerca delle sensazioni estreme, come il rifiuto di ogni vincolo che impedisca la libertà di questa ricerca; la venerazione della bellezza; l’idea di una superiorità morale dell’artista.
Ma tutti questi miti che caratterizzano la fine del diciannovesimo secolo e che Oscar Wilde aveva fatto propri non possono che portare al fallimento.

Il romanzo finisce con la morte del protagonista vinto dalla sua ossessione per la bellezza e la perfezione estetica ed è questo a dare senso all’invenzione di cui si fonda l’opera. Fare della propria vita una forma d’arte è solo un’illusione, perché la vita è travolta dalla corruzione del tempo e dai vizi umani, solo l’arte conserva il segreto di eternità, passa attraverso l’uomo ma non gli appartiene. Questa l’amara verità dell’Estetismo di cui Wilde si fa portavoce: “… solo tramite l’Arte, che possiamo realizzare la nostra perfezione”.

Oscar WILDENumerose le fonti sia autobiografiche che letterarie, vari biografi sostengono che lo scrittore aveva realmente conosciuto e posato per un pittore di nome Basil Ward, inoltre, Wilde, in quegli anni frequentava molti pittori londinesi. Per il nucleo fantastico si notano affinità con “Pelle di zigrino” di Balzac, “il ritratto ovale” di Edgar Allan Poe e anche con “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”.

La vita del poeta e scrittore, Oscar Fingall O’Flahertie Wills Wilde nato a Dublino nel 1854, non è stata molto gentile con lui anche se per un po’ ne è stato padrone, si divertì molto ad offenderla davanti a tutti, la vita gli ha fatto conoscere anche l’inferno di tutti i giorni, che solo la morte può cancellare, ma l’eternità è stata anche più crudele, è diventato immortale e prigioniero delle sue rivolte: esteta, dandy, omosessuale, scrittore di aforismi.

Uno degli scrittori più noti è praticamente sconosciuto, una delle commedie più belle del diciannovesimo secolo “L’importanza di chiamarsi Ernesto” (nell’originale “The Importance of Being Earnest”), conosciuta anche come L’importanza di essere Franco, L’importanza di essere Fedele o L’importanza di essere Onesto, non viene quasi più rappresentata nei teatri, sono in pochissimi ad aver letto “La ballata del carcere di Reading” o “De Profundis”, oggi considerata la più importante di tutta la produzione dello scrittore, però quasi tutti hanno letto o conoscono un libro che non ha nemmeno scritto Wilde, ma che porta il suo nome, sto parlando di “Aforismi”.

Il suo essere contro l’ipocrisia della società borghese, in un primo momento suscitata curiosità pubblica e lo porta all’apice del successo
, poi a causa dell’esibita omosessualità lo ha precipita prima nello scandalo e dopo nel carcere e di conseguenza nel più disperato isolamento, le sue commedie tolte dai cartelloni dei teatri inglesi (invece furoreggiavano in Francia), tutti i suoi libri scompaiono dalle librerie, con pochissime finanze e provato psicologicamente, trascorre gli ultimi anni della sua tormentata vita in Francia, sotto pseudonimo di Sebastian Melmoth e compiendo numerosi viaggi in Italia. Muore prematuramente a Parigi nel 1900.