Paparazzi di sè stessi – Ho detto NO ai selfie, e vi spiego il perché.

La canzone dice: “Siamo l’esercito del selfie, di chi si abbronza con l’iPhone. Ma non abbiamo più contatti, soltanto like a un altro post. Ma tu mi manchi, mi manchi in carne ed ossa. Mi manchi nella lista delle cose che non ho.
L’argomento che sto per trattare è tanto frivolo quanto complesso. La parola “selfie”  è diventata virale dopo quel famoso autoscatto di gruppo risalente alla notte degli Oscar 2014. Il termine mi starebbe anche bene, se solo non fosse che il sentirlo ripetutamente l’ha reso abominevole per le mie orecchie.
In realtà non ho del tutto smesso, anzi, diciamo che spesso sgarro. Ma esattamente che meccanismo c’è dietro all’impulso di dover aggiornare la gente sul proprio aspetto fisico e la posizione in cui ci si trova? Lasciando perdere che certe espressioni facciali possano essere più o meno sensate (o intelligenti), un fattore rimane ovvio: che lo si faccia consapevolmente o meno ci si sta mettendo in mostra.

Non è solo quella ragazza che appositamente si trucca e studia le pose per alimentare la propria autostima attraverso i like che riceve. Tante volte l’ho fatto anch’io e adesso, nonostante sia ancora giovane mi rendo conto di quanto sia.. ehm…  ridicolo?! Perché sì, dai, è ridicolo. Ragion per cui, presa dalla vergogna, ho rimosso molte mie foto. Preferisco un “Sei carina” detto coraggiosamente ad alta voce ad un convenzionale cuoricino, o ad un commento che dice addirittura “Sei stupenda”.

E poi, spesso diciamo di non volere che la gente si faccia gli affari nostri, ma inconsapevolmente ogni giorno attuiamo un’opera di autoconvincimento nel diventare qualcuno che non siamo. Diviene dunque automatico richiedere l’approvazione di individui di cui non ci importa, e non ce ne accorgiamo nemmeno. Dobbiamo dimostrare che ci divertiamo, che viaggiamo, che abbiamo degli amici, che siamo fidanzati, che la nostra vita va a gonfie vele. E non con una foto una tantum, dobbiamo puntualmente, sistematicamente, mostrarlo in media almeno ogni weekend se non più spesso. E così dobbiamo fare vedere dove siamo e con chi siamo, dobbiamo taggarci su quel piatto artistico che stiamo gustando e sui regali che riceviamo. Dobbiamo renderlo di dominio pubblico, non pensiamo mai di mostrare queste foto solo mentre interloquiamo di persona; in breve, siamo i paparazzi di noi stessi. E io, francamente, ho visto troppa gente tagliare i ponti in breve tempo dopo aver fatto tutte queste cose, per cui mi dissocio.

Ecco perché sono un’amante dei dispositivi analogici. Ci vuole un attimo per cancellare una foto digitale, ma ci vuole fegato per riconoscere di esserci affiancati alle persone sbagliate e strappare una cartuccia. Avete idea di quanto costino? Basterebbero pochi scatti con qualcuno di veramente speciale mentre viviamo a pieno un momento da appendere sulla bacheca della nostra stanza. Pensateci, cosa sarebbe stato di Marco Polo, Miller, Hemingway, Kerouac se ai loro tempi fossero esistiti Facebook e Instagram? Non avrebbero avuto storie incredibili da raccontare, non ci sarebbe stata la letteratura, tantomeno degli adattamenti cinematografici, ma solo una serie di immagini, didascalie e hashtag. Al tempo stesso mi viene in mente quello che dice il fotografo Sean O’Connell nel film I sogni segreti di Walter Mitty: <<Certe volte non scatto, se mi piace il momento, piace a me, a me soltanto. Non amo avere la distrazione dell’obbiettivo, voglio solo restarci dentro.>> Ma noi dell’era moderna abbiamo paura dell’intimità e possiamo anche scordarci del brivido dell’inaspettato. Sopravviviamo accontentandoci di una superficiale serenità piuttosto che correre il rischio di inciampare sugli ostacoli.  Sminuiamo il valore dei ricordi, viviamo momenti carini ma di plastica, con persone piacevoli ma di plastica, e diventiamo noi stessi di plastica. Ma è sempre meglio ricordare ad un mondo virtuale che esistiamo e che non siamo soli nella realtà.

A prescindere da tutto, siamo assuefatti dallo smartphone.  Guardiamo, giudichiamo e deridiamo altra gente che si mette in mostra, aggiorna lo stato su Facebook e pubblica nuove foto, per poi lamentarci quando sono gli altri a farlo con noi. Ma io desidero qualcosa di più vero e personale, e vorrei che anche gli altri lo desiderassero. A proposito, se avete letto questo articolo dal cellulare, vi consiglio di posarlo subito ora che è finito. Probabilmente vi siete isolati e qualcuno accanto a voi si sente ignorato e medita di distruggervelo.