Pasolini e i suoi ragazzi di vita

“Ragazzi di vita” del 1955 è il primo romanzo pubblicato da Pasolini ed ha per oggetto il sottoproletariato giovanile romano ed è costituita da una serie di episodi collocabili in un periodo compreso tra il 1944 e i primi anni ’50, descritta in modo realistico, attraverso l’uso del dialetto romanesco.

La coesione del romanzo è dovuta dalla presenza ricorrente di alcuni personaggi, fra tutti il Riccetto, di cui si assiste il passaggio dall’adolescenza alla giovinezza, oltre al Riccetto, il Caciotta, il Lenzetta, Alduccio, Begalone, Marcello ecc., sono privi di dinamica psicologica, presentati nel limitato repertorio del loro lessico di borgata e alcuni termine del gergo della malavita. Lo scrittore riproduce fedelmente espressioni e modi di dire colti in presa diretta, riservando l’uso dell’italiano alle parti narrate. Il dialetto è il turpiloquio continuo sono il linguaggio comune dei protagonisti che immergono il lettore in un mondo primitivo, segnato da esigenze elementari e nessuna prospettiva per il futuro.
Hanno in comune l’appartenenza a un medesimo ambiente, quello preindustriale, che vive nelle misere periferie della città eterna, passano da un’esperienza all’altra, cercando sempre un diversivo che li sottragga allo squallore che li circonda. Accomunati da una condizione di miseria e di abbandono sono protagonisti di episodi drammatici, comici, violenti, nitrivi di vitalismo e disperazione, con continue sovrapposizioni di spregiudicatezza e pudore, violenza e bontà, brutalità e dolcezza.
Questi personaggi sono variazioni di un identico tipo umano, privato di ogni valore storico e morale eppure dotato di una candida, spontanea, cinica vitalità. Trascorrono le loro giornate in cerca di qualche sotterfugio con cui guadagnarsi o rubare qualche lira in una Roma povera, in preda alla speculazione edilizia, sulle rive del fiume dell’Aniene, sporco e inquinato, al lido di Ostia, per loro che soffrono la fame “il bene e il male” sono valori relativi, la regola fondamentale cui uniformarsi sembra essere quella di mostrarsi quanto più possibile insensibili e indifferenti a tutto, ma con qualche barlume di generosità.

Non è un caso che un unico destino accomuna questi personaggi: “la morte” che come sempre, stende la sua ombra sulle vicende pasoliniane, corteggiata e amata di un torbido e si direbbe anche sensuale amore. Muore Marcellino, ferito nel crollo della sua casa; muore Amerigo, che si suicida, in un estremo atto di ribellione alla società, per sfuggire all’arresto; muore Piattoletta, in un rogo acceso per gioco. “La comare secca”, la morte, dà il titolo al capitolo conclusivo del libro, un altro bagno nell’acqua sporca del fiume, muore il piccolo Genesio per una bravata, nel tentativo di attraversare il fiume a nuoto, pur sapendo del pericolo che corre, non può più tirarsi indietro, così viene travolto dalla corrente, una morte assurda, insensata come la vita giornaliera dei suoi amici. Riccetto in circostanze analoghe aveva salvato una rondine che rischiava di annegare, ma questa volta non fa nulla, guarderà affogare il piccolo e come gli altri si allontana pensando solo a se stesso.
Ragazzi che vivono nell’ozio, rubano per campare, rischiano la galera e spesso si trasformano in assassini. Pier Paolo Pasolini mette a nudo il problema del sottoproletariato romano ed è per questo motivo che è censurato.
Uscito nel maggio del 1955 e a settembre circolava già la terza ristampa, ma al centro di questo trionfo c’è la denuncia e il sequestro del romanzo. “[…] io ho dei figli, e non vorrei certo che il libro andasse per le loro mani” queste le parole del presidente della corte.
Il romanzo provoca a Pasolini e al suo editore, Livio Garzanti un processo per oscenità. Il processo viene rinviato perché i giudici non hanno letto il libro.

In difesa di Pasolini interviene il poeta Giuseppe Ungaretti, ma nel 1956 non potrà partecipare all’udienza per motivi famigliari, ma invia ai giudici una lettera:
«Ho letto Ragazzi di vita, e stimo sia uno dei migliori libri di prosa narrativa apparsi in questi anni in Italia. […] Questa mia convinzione l’ho dimostrata sostenendo il romanzo prima per il premio Strega, poi per il premio Viareggio, […]. Le parole messe in bocca a quei ragazzi, sono le parole che sono soliti usare e sarebbe stato, mi pare, offendere la verità, farli parlare come cicisbei».
Ungaretti, si vedeva spesso nelle aule di tribunali come esperto o testimone per difendere scrittori, registi, pittori che avevano problemi con la censura o con la legge in genere.  Il P.M. chiede l’assoluzione degli imputati “perché il fatto non costituisce reato”. I giudici accolgono la richiesta e dissequestrano il libro.

Un romanzo assolutamente eccentrico, teso a riflettere il caos, affascinante per il poeta, di una vita che ha a tratti i contorni di una vasta .allucinazione. All’interno delle borgate, proliferate nel primo dopoguerra come una fungaia insensata ai bordi della città, nell’afa di estati implacabili, tra odori di polvere e di erba putrida, recitano la loro parte sulla scena i campioni, in massima parte giovani, di una umanità brutale, intenta ad assecondare con furore e allegria il naturale istinto della sopravvivenza.Il personaggio Pasolini si muove tra cronaca e cultura, divismo e umiltà, narcisismo e dolore, autocompiacimento e rabbia, protagonismo e provocazione, scandalo esibito ma anche sofferto, appare perciò al tempo stesso come figura carismatica e come bersaglio primario. E come ogni vero personaggio è amato e avversato, oggetto di devozione e di odio violento.
Pier Paolo Pasolini oltre ad essere uno scrittore era anche un uomo, un poeta, un paroliere, un provocatore, un cineasta, un filosofo, un marxista, un santo, un martire oppure semplicemente, tutto un pezzo di cultura italiana.

 


 

PasoliniPier Paolo Pasolini nasce a Bologna nel 1922. Segue il padre, militare in carriera, nei suoi trasferimenti. Frequenta l’università a Bologna, dove si laurea in Lettere nel 1945 con una tesi sul linguaggio del Pascoli. Trascorre le estati a Casarsa, nel Friuli, luogo d’origine della madre; e là si rifugia dopo l’8 settembre 1943, per sottrarsi alla chiamata di leva. In friulano compose i suoi primi versi, “Poesie a Casarsa” (1942), poi editi con altri testi friulani in “La meglio gioventù” (1958). Nel 1945 ha tragica la notizia che il fratello Guido è stato ucciso in un conflitto a fuoco fra due gruppi partigiani di diverso orientamento politico.
Nel 1947 si iscrisse al Partito Comunista e inizia la carriera di insegnate vicino a Casarsa, ma viene allontanato dall’insegnamento e anche espulso dal PCI in seguito a un oscuro episodio di omosessualità che sfocia in un processo per corruzione di minori. È questo il primo di una lunga serie di processi (oltre 30) che dà a Pasolini la coscienza della propria diversità e ne segnano il destino e anche il ruolo pubblico, che egli si ritaglia di emarginato e ribelle.
Si trasferisce a Roma, solo ed emarginato, si trova ad affrontare la dura lotta per la sopravvivenza. I suoi primi anni romani li descrive così: «Per due anni fui un disoccupato disperato…, poi trovai da insegnare in una scuola privata…», trova casa vicino Rebibbia ed è in queste circostanze che scopre l’affascinante mondo delle borgate, “diverso”, quasi primordiale. Nascono così i primi brani di “Alì dagli occhi azzurri”, che costituiranno in seguito gli studi preparatori di “Ragazzi di vita”.
Muore tragicamente nel 1975, una morte ancora avvolta nel mistero. Chi ha davvero ucciso il poeta?

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