Pasolini: poeta odiato e tollerato da tanti, amato da pochi e oggi “da morto” osannato da molti

Primo novembre 1975 poche ore prima di essere assassinato, Pasolini rilascia l’ultima intervista, pubblicata postuma l’8 Novembre 1975 sull’inserto “Tuttolibri” de “La Stampa”: «Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale… Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago il prezzo. E come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose».
Profezia o sentiva il fiato della morte, oppure come ha sostenuto l’amico Giuseppe Zigaina che la morte violenta del poeta era stata da lui stesso concepita e organizzata come “montaggio del film della sua vita”, una teoria messa in evidenza dall’amico attraverso un’attenta analisi dei testi di Pier Paolo Pasolini, teoria osteggiata dalla critica e in particolare dai famigliari fermamente convinti che il poeta non poteva aver cercato la morte perché “amava troppo la vita”.

Nella notte tra sabato 1° novembre e la domenica 2 del 1975 all’Idroscalo di Ostia perdeva la vita tragicamente il poeta Pier Paolo Pasolini, un luogo descritto, come ha ricordato l’amico Moravia, sia nei suoi due romanzi Ragazzi di vita e  Una vita violenta, sia nel suo primo film Accattone. Coincidenza o segno del destino? Era buio pesto e probabilmente Pasolini era ancora in auto con Pelosi, forse lo hanno preso di schiena, tirato fuori e Pelosi è andato fino alla rete del campetto dando le spalle alla scena forse “per non vedere”.

La scena della lotta comincia a settanta metri dal punto in cui è stato ritrovato il corpo martoriato. Pasolini nella prima fase è stato colpito ripetutamente e violentemente al capo, ha avuto il tempo di togliersi la camicia per asciugarsi con essa il sangue e ripiegarla a mucchio e buttarla verso porta del campetto da gioco, dove è stata ritrovata integra.  Quale armi usurarono gli aggressoro, dico gli agrressori e non l’aggressore perché è impossibile che il Pelosi abbia agito da solo, sul terreno dell’Idroscalo sono stati trovati un bastone e due pezzi di tavoletta, insufficienti per produrre le ferite al capo, molto probabilmente egli è stato colpito da altro, ma gli inquirenti non hanno voluto cercare né l’arma e né tantomeno i colpevoli, sono in tanti a dubitare di quelle indagini. La macchina è rimasta nella rimessa dei carabinieri per parecchi giorni, aperta e sotto la pioggia, eppure qualcosa di interessante in quell’auto c’era, un maglione che la famiglia non riconosce e un plantare per scarpa che non apparteneva a Pasolini. Non appartengono nemmeno a Pelosi e nella macchina ci sono finiti il giorno dell’omicidio, perché l’auto come dichiara la cugina Graziella Chiarcossi era stata lavata e ripulita accuratamente.

Al ritrovamento del cadavere di Pasolini, gli agenti accorsi nel luogo non si preoccuparono affatto di recintare la zona dell’omicidio, anzi permisero a curiosi e passanti di avvicinarsi al corpo, inquinando le prove. L’atto decisivo è stato il calcio ai testicoli che ha fatto perdere i sensi al poeta, la percossa gli ha provocato un ematoma. La sentenza del magistrato Alfredo Carlo Moro, fratello del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro, suppone che il calcio “venne assestato da una persona mentre altre tenevano ferma la vittima perché subisse il colpo di grazia”.

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Pasolini un uomo forte e asciutto, sportivo, la sua passione era il calcio, non poteva certamente cedere e accasciarsi nel corso di una colluttazione con un gracile diciassettenne, è stato costruito un omicidio, per coprire i veri esecutori, perché quel ragazzino, forse semplice spettatore del delitto, ne risultasse colpevole, lui che all’epoca minorenne poteva cavarsela con una lieve condanna. Sono passati quarant’anni da quel tragico 2 novembre e ancora tutt’oggi non si è arrivati ad una verità. Nei giorni che seguirono l’uccisione del poeta l’idea del complotto politico aveva prevalso su tutte le congetture. L’etichetta di “poeta civile” data da Alberto Moravia avvalorava l’ipotesi di un “Poter oscuro” che per difendersi dalle accuse pubbliche di Pasolini lo ha fatto tacere per sempre.

Pelosi molti anni dopo e dopo la morte dei suoi genitori, ritratta tutto sostenendo di non essere lui l’assassino del poeta ma che è stato costretto sotto minacce a dichiarare il falso per proteggere i suoi genitori.

Queste le parole dell’orazione di Alberto Moravia al funerale di Pasolini: «Qualsiasi società sarebbe stata contenta di avere Pasolini tra le sue file. Abbiamo perso prima di tutto un poeta. E poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto in un secolo…  Benché fosse uno scrittore con dei fermenti decadentistici, benché fosse estremamente raffinato e manieristico, tuttavia aveva un’attenzione per i problemi sociali del suo paese, per lo sviluppo di questo paese. Un’attenzione diciamolo pure patriottica che pochi hanno avuto. Tutto questo l’Italia l’ha perduto… quest’immagine che mi perseguita, di Pasolini che fugge a piedi, è inseguito da qualche cosa che non ha volto e che è quello che l’ha ucciso, è un’immagine emblematica di questo paese. Cioè un’immagine che deve spingerci a migliorare questo paese come Pasolini stesso avrebbe voluto».

pasolini ico2Pasolini è il filo che lega  Mattei e De Mauro. Un delitto italiano rimasto impunito come quello del giornalista De Mauro, i due erano in possesso di informazioni, nomi e cognomi per raccontare il volto oscuro del potere in Italia, una verità che nessuno voleva che venisse a galla. De Mauro stava preparando la scenografia del film sulla morte di Enrico Mattei, il presidente dell’Eni che osò sfidare le compagnie petrolifere internazionali, Pasolini stava scrivendo il romanzo politico “Petrolio”, una denuncia contro la destra economica e la strategia della tensione.

Dopo la morte di Pasolini alcuni fogli del romanzo politico “misteriosamente” scompaiono.