Lamento di Portnoy: autobiografia sessuale di un ebreo-americano

Il terzo Romanzo di Philip Roth, può essere considerato il capostipite dei tre grandi filoni della letteratura contemporanea: ricognizione e dissacrazione dell’identità ebraica; rapporti e pulsioni sessuali; terapia psicoanalitica. Sono filoni ancora oggi visti con molto sospetto, perché secondo alcuni quello sessuale sconfina nella pornografia, l’identità ebraica sfiora l’antisemitismo, perché dopo la ‘shoà’ fare ironia sulla religione ebraica non è ben visto dal popolo ebreo, invece parlare di psicoanalisi, almeno oggi, è in parte superata e accettata, ma ai tempi della pubblicazione del romanzo non era stata ancora metabolizzata dalla cultura borghese. Roth riesce a mescola con ironia e sarcasmo dissacrante i tre temi.
Il romanzo è un lungo monologo del trentatreenne Alexander Portnoy, un ebreo americano di Newark, durante una seduta di terapia da un fantomatico psicoanalista, per parlare delle sue ossessioni, delle perversioni sessuali e delle sue nevrosi, i sensi di colpa e del terrore di essere smascherato dalla persecutoria di attività di controllo dei genitori.

Il padre, un agente assicurativo, il cui unico interesse è fare soldi, odia il suo capo ma pubblicamente lo venera, tutta la sua esistenza è basata su un unico problema: la sua inguaribile stitichezza. La madre, considerata la causa di tutti i suoi problemi, è invadente, iperprotettiva, perfezionista e maniaca dell’ordine e della pulizia, lui cerca di ribellarsi a tutta questa perfezione, ma viene sopraffatto e si trova sempre a chiedere scusa senza capire bene il motivo del perché lo fa.
Vive in un costante senso di colpa per quello che non ha il coraggio di essere. Si reputa ateo, ma è anche fiero di appartenere alla razza ebrea, non nel senso religioso, ma di riconoscimento identitario della razza.
È talmente ossessionato dalla figura materna che da bambino: «Mi era così profondamente radicata nella coscienza, che penso di aver creduto per tutto il primo anno scolastico che ognuna delle mie insegnanti fosse mia madre travestita».
L’attenzione in modo ossessivo di questa famiglia ebraica per quanto riguarda la salute, l’educazione dei figlio non può che produrre frustrazioni e come dice Portnoy durante una seduta al suo psicanalista «sono i più autorevoli riproduttori e confezionatori di colpevolezza».

Quello che chiede al suo analista è di renderlo coraggioso per ribellarsi, perché è stanco di essere un bravo ragazzo ebreo
che in pubblico rispetta i genitori ma che in privato “si sbatte il pisello”, un atto grave e lussurioso per la religione ebraica. Le sue avventure sessuali, sia da giovane che da adulto, sono tragiche e comiche allo stesso tempo, perché il senso di colpa non lo abbandona mai, ma nemmeno l’insaziabilità di esperienze sessuali e di soddisfazione che prova.
Come forma di ribellione, passa da una storia all’altra, con ragazze dai nomi simbolici, senza riuscire a farsi una famiglia, avere dei figli come vorrebbe la madre.
In casa Portnoy il mondo si divide tra ebrei e non ebrei. Trasgredisce le regole avendo rapporti con ragazze ‘shikse’ (termine Yiddish per indicare in tono dispregiativo le ragazze non ebree) vissuti come impuri e colpevoli perché per i suoi genitori incarnano l’antimodello per eccellenza, perché sono creature che Dio punirà per la condotta immorale e per aver trasgredito divieti.

Il rapporto con queste ragazze non è solo trasgressione ma anche come se penetrando loro, egli sostiene, potesse penetrare anche l’ambiente sociale di provenienza, in un certo senso, come se scopando loro volesse  possedere e scoprire l’America, quindi dietro l’insaziabilità sessuale nasconde il desiderio e il bisogno di emancipazione e integrazione dal ghetto e da una condizione di minorità. Il sesso è visto come una forma di rivalsa e libertà, ma la libertà comporta responsabilità: se scegliamo noi cosa fare della nostra vita, dopo siamo sempre noi a pagarne le conseguenze, essere liberi vuol dire essere anche più soli, tagliare le radici può essere una straordinaria conquista, ma ci mettiamo davanti a una serie infinita di problemi.
Il viaggio in Israele gli farà scoprire che esiste un paese dove tutti sono ebrei, ne rimane stupefatto, ma non lo libera dalla sua ansia e dal bisogno di uscire dal ghetto che si è creato da solo.

Philip RothNewark città, dove è nato Philip Roth il 19 marzo del 1933, è come la Ferrara di Giorgio Bassani o la Roma di Alberto Moravia, lì sono ambientati la maggior parte dei suoi romanzi. Esordì nel 1959 con ‘Goodbye, Columbus’ premiato con il National Book Award, un volume di 5 racconti ambientati in una comunità ebraica in cui affiorano segni di decadentismo, sulle stesso sfondo si muovono i personaggi dei successivi romanzi.
Quando il racconto “Difensore della fede” uscì sul ‘New Yorker’, la rivista fu invasa da lettere di ebrei che annullavano l’abbonamento e cominciarono a dargli dell’antisemita, ma invece di scoraggiarlo lo motivarono ancore di più a continuare il lavoro che aveva cominciato.
Dopo l’uscita del ‘Lamento di Portnoy’, nel 1969, rabbini, leader ebraici e molti famosi critici letterari lo accusarono di aver ripudiato le proprie radici ebraiche.
In Italia uscì nel 1970 edito da Bompiani. In una lettera diretta all’editore Bompiani, datata New York 17 dicembre 1969, Philip Roth scrive: «Se mi censurate non pubblico. Sono contro ogni censura per ragioni che non siano letterarie, e di conseguenza preferisco che il mio romanzo rimanga inedito in Italia piuttosto che censurare il testo per renderlo un po’ più appetibile per le autorità».
Il romanzo uscì nel 1970 integralmente, senza alcun taglio.

Detesta sentirsi dire che è uno dei massimi scrittori ‘ebrei’ viventi, «preferirei essere giudicato uno dei più importanti scrittori americani viventi, dice Roth in una intervista nel 2002, le mie radici sono americane. Il Paese ha solo 226 anni ma la mia famiglia vi ci abita da 112… Io parlo, penso, maledico e sogno in quella lingua».

Vincitore dei più prestigiosi premi letterari, dal Pulitzer per la narrativa per American Pastoral al Man Booker International Prize 2011, considerato il più prestigioso riconoscimento letterario di lingua inglese, è l’unico scrittore contemporaneo vivente la cui opera sia pubblicata in forma completa e definitiva dalla ‘Library of America’, che raccoglie solo i grandi classici americani.
Nel novembre 2012 ha annunciato il suo ritiro dalla scena letteraria, non ci sarà più un nuovo romanzo, una grande perdita per tutti gli appassionati di questo grande scrittore, speriamo che sarà solo una pausa e che un giorno ritornerà nella scena letteraria, come Nathan Zuckerman, personaggio e alter ego di Roth, ne “Il fantasma esce di scena”, anche solo per dirci addio con un suo ultimo romanzo.

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