Primo Levi: Se questo è un uomo

Romanzo autobiografico pubblicato per la prima volta nel 1947 è una delle testimonianze più alte sullo sterminio ebraico ad opera dei nazisti. Levi rievoca la sua detenzione nel campo di concentramento di Monowitz (Auschwitz III) in Alta Slenia. Arrestato nel dicembre 1943 e giunto nel Lager nel gennaio successivo con altri 650 ebrei, il ventiquattrenne Primo Levi, chimico, scopre l’orrore dei campi di distruzione nei quali i nazisti rinchiudevano, oltre gli ebrei, i criminali comuni e detenuti politici. L’essere stato internato nel ’44 costituisce una circostanza “fortunata”, dal momento che in quel periodo i tedeschi non sopprimono subito gli ebrei, come avevano fatto in precedenza, ma li sfruttano nelle loro fabbriche.

La prima scoperta che fa è che il potere delle guardie, le SS, è assoluto, arbitrario ed esercitato con lo scopo di annientare psicologicamente prima che fisicamente le loro vittime. I prigionieri percepiscono immediatamente il loro decadimento dall’elementare condizione umana, l’obbligo di indossare tutti la stessa divisa e, soprattutto la privazione del nome, al loro ingresso nel campo i prigionieri sono identificati esclusivamente con il numero che viene loro tatuato sul braccio sinistro: «[…] ho imparato che io sono uno Häftling. Il mio nome è 174 517; siamo stati battezzati, porteremo finché vivremo il marchio tatuato sul braccio sinistro.[…] togliendo così ogni residuo di dignità.» Se sono mantenuti in vita è solo per l’utile che il Terzo Reich può trarne.

Il mio nome è 174 517

L’esperienza di chimico permette all’autore di essere scelto come operaio specializzato e di avere accesso al laboratorio; qui, nei momenti di tregua, quando riesce a sottrarsi al vento e al freddo, egli sente il vecchio feroce struggimento di sentirsi uomo, quando la coscienza esce dal buio e la scrittura è un modo di fissare quell’esperienza disumana: «Allora prendo la matita e il quaderno, e scrivo quello che non saprei dire a nessuno» Come afferma l’autore nella prefazione, il libro nasce dal bisogno di raccontare, è in primo luogo una liberazione interiore, nata da quella pena del ricordarsi.

Nella “Buna”, la fabbrica di gomma nella quale i diecimila prigionieri devono lavorare, la giornata è scandita da turni di lavoro estenuanti, mentre la fatica è esasperata da una fame e una sete incontrollabile, dalle percosse degli aguzzini, dalla necessità di vigilare sulle misere cose possedute, poiché dove non c’è nulla tutto può essere rubato per farne oggetto di scambio: dalle scarpe alla razione di pane. All’interno del campo c’è la guerra di ciascuno contro ciascuno, tra coloro che sottostanno completamente alle regole, e che sono destinati a soccombere (i sommersi), e quelli che riescono a crearsi un ambiente più favorevole e a diventare “prominenti” (i salvati), sono questi che con l’astuzia o l’inganno sanno eludere in parte la dura disciplina del campo, per lo più a spese dei compagni più deboli, o procurarsi qualche incarico che li sottragga al lavoro, soltanto ottenendo porzioni supplementari di cibo, rubando, o diventando “Kapo” si può sperare di sopravvivere ad una condizione infernale, creata e mantenuta ad arte da uomini che la Storia condannerà senza incertezze come responsabili di uno dei crimini più efferati cui l’umanità abbia mai assistito. Anche il ricovero in infermeria, che offre una lieve sospensione della sofferenza, può rivelarsi fatale, perché coloro che non mostrano miglioramenti significativi dopo un certo tempo vengono soppressi. Eppure anche in condizioni estreme nascono delle amicizie. Levi incontra Alberto che gli rimarrà accanto per tutta la durata della prigionia.
L’obiettivo dei prigionieri è mantenersi in vita ed evitare la “selezione”, (i più deboli vengono avviati alle camere a gas per far posto ai nuovi prigionieri).

Il capitolo il canto di Ulisse costituisce una parentesi del tutto positiva: Levi , accompagna Jean, il “Pikolo”, a ritirare il rancio e durante il tragitto i due possono parlare. Levi si sorprende così a ricordare il canto di Ulisse, a ripeterlo all’amico e a tradurlo per lui in francese. L’inferno dantesco getta una momentanea luce sull’orrore del Lager.
L’ottenimento dell’incarico di chimico nel laboratorio della fabbrica segna un mutamento sostanziale nella vita del protagonista, perché perlomeno in quel periodo non è costretto a lottare per la sopravvivenza, anche se deve fare i conti con una aumentata sofferenza psicologica dovuta ad una più lucida comprensione della disperata situazione dei prigionieri.

Nel gennaio del 1945 Levi si ammala di scarlattina e questa circostanza lo salverà, dal momento che i tedeschi, in fuga davanti alle truppe russe che avanzano, trasferiscono i “sani” -che morrano tutti- e abbandonano nel campo i malati. L’ultimo capitolo, “Storia di dieci giorni” costituisce l’epilogo drammatico dell’intera vicenda, scritto sotto forma di diario. In esso Levi descrive, attraverso un’accurata analisi psicologica, la disperata fuga di alcuni deportati: «[…] il terrore è eminentemente contagioso, e l’individuo atterrito cerca in primo luogo la fuga.»

viaggio da Torino ad Auschwitz / da Auschwitz a Torino
viaggio

L’opera di Primo Levi si conclude con una riflessione particolarmente penetrante, volta a indagare in profondità gli effetti devastanti operati dall’internazione nel campo di Auschwitz : «[…]Noi giacevamo in un mondo di morti e di larve. L’ultima traccia di civiltà era sparita intorno a noi e dentro di noi. L’opera di bestializzazione, intrapresa dai tedeschi trionfanti, era stata portata a compimento… Parte del nostro esistere ha sede nelle anime di chi ci accosta: ecco perché è non-umana l’esperienza di chi è stato una cosa agli occhi dell’uomo».

La prima stesura viene completata in pochi mesi subito dopo il ritorno dall’autore dalla peregrinazione narrata ne la Tregua: «raccontare riservando sul prossimo e sulla pagina il peso dei fatti è necessità vitale». Non per nulla il libro, diviso in diciotto capitoli, si apre con la poesia che fa da epigrafe al volume. Essa è riportata senza titolo, sarà pubblicata ne “L’Osteria di Brema” nel 1975 col titolo “Shemà” (Ascolta) che costituisce la Prefazione di “Se questo è un uomo”.

L’esortazione a meditare e ricordare non è solo un omaggio alle vittime, ma la base per prevenire una possibile ripetizione dell’orrore. La poesia riassume in sé il contenuto del libro stesso e la sua funzione di testimonianza e di ammonimento per le generazioni future. Levi non chiede compassione, ma consapevolezza e vigilanza morale: dopo questo scoppio liminare d’ira biblica, il tono si manterrà inflessibilmente mite. La sua voce non giudica e non odia, perché: «Come mia indole personale, non sono facile all’odio. […] l’odio è personale, è rivolto contro una persona, un nome, un viso: ora, i nostri persecutori di allora non avevano viso, né nome, […] il nazismo e il fascismo sembravano veramente senza volto: sembravano ritornati al nulla, svaniti come un sogno mostruoso […]. Come avrei potuto coltivare rancore, volere vendetta, contro una schiera di fantasmi?».
Ma nemmeno riuscirà a perdonare i colpevoli infatti dirà: «[…] non ho perdonato nessuno dei colpevoli, né sono disposto ora o in avvenire a perdonare qualcuno, a meno che non abbia dimostrato (coi fatti: non con le parole, e non troppo tardi) di essere diventato consapevole delle colpe e degli errori del fascismo nostrano e straniero, e deciso a condannarli, e sradicarli dalla sua coscienza e da quella degli altri.

La struttura di “Se questo è un uomo” può essere vista come uno schema concentrico, il filo spinato, solo interrotto dal cancello con la scritta «Arbeit macht freic» che in tedesco significa: “Il lavoro rende liberi” circonda i capitoli II- XVI, così come il Lager. Fuori c’è l’umanità, dentro l’inumanità. Nel capitoli I abbiamo gli ebrei in attesa del viaggio di deportazione, e durante il viaggio. L’umanità del racconto ha il punto più alto nel comportamento dignitoso della famiglia Gattegno, che prepara con calma il cibo per il viaggio.

Umano e disumano si accostano nella biancheria dei bambini stesa sul filo spinato di Fossoli. Nel capitolo XVII la ripresa di umanità è segnata, dopo la fuga dei tedeschi, dal pane che gli ospiti di una baracca offrono ai compagni che hanno riparato la loro finestra «quello il primo gesto umano che avvenne fra noi e soprattutto dall’esplorazione del campo da parte dei prigionieri che mai l’avevano visto nella sua interezza». Il resto del libro si svolge entro il filo spinato. Egli vede sparire, all’arrivo, donne, bambini e vecchi, selezionati in modo sommario dalle SS, al suo ricordo si sovraimprimono ora le notizie sul fatto che essi finivano subito nelle camere a gas perché non idonei e quindi inutili per il Reich.
La zona interna al filo spinato è un inferno, anzi: «Questo è l’inferno […]; è come essere già morti », si dice all’inizio del II capitolo. “infernale” è la musica che accoglie i nuovi arrivati.

E Levi pensa subito all’inferno dantesco, i barbarici latrati dei tedeschi quando comandano sono probabilmente quelli di Cerbero, se, subito dopo, il soldato che deruba i prescelti conducendoli in autocarro al campo è il “nostro Caronte”, e lo scrittore si aspetta che esclami: «Guai a voi , anime prave». In qualche modo L’«Arbeit macht frei» ripete con crudele ironia il «Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate», e poco più avanti cita anche: «Qui non ha luogo il Santo Volto, / qui si nuota altrimenti che nel Serchio!».

Il modo per indicare il raggiungimento della massima umiliazione è, come in Dante, topologico, uno sprofondamento: «Siamo arrivati al fondo. Più giù di così non si può andare: condizione umana più misera non c’è […]». I riferimenti danteschi riappariranno qua e là, mentre è tutto dantesco il capitolo XI. Levi vuole insegnare l’italiano a Pikolo, che è alsaziano, e per la veloce lezione usa il canto di Ulisse che lo scrittore sa a memoria, ma con le tipiche lacune di un ricordo in parte cancellato, tenta di supplire al libro, e cerca di trasformarsi in uomo-libro. Levi avrebbe dato pane e zuppa per salvare quei ricordi, che oggi con il supporto della carta stampata possono essere rinfrescate quando vogliamo.

I riferimenti biblici sono due: quello esplicito alla torre di Babele: «la confusione delle lingue è una componente fondamentale del modo di vivere di quaggiù; si è circondati da una perpetua Babele, in cui tutti urlano ordini e minacce in lingue mai udite, e guai a che non afferra a volo»; quello sottinteso alla costruzione delle piramidi d’Egitto da parte degli ebrei. La pluralità delle lingue è l’elemento fondamentale del Lager: al tedesco e al polacco degli aguzzini, si contrappongono le lingue dei deportati: yiddish, russo, francese, italiano, spagnolo, ecc. La differenza linguistica, come mostrato da Levi, è nel Lager portatrice di odio: quello che ispira i capi, i quali per di più si infuriano nel vedere non compresi e perciò elusi, gli ordini impartiti; e quello che divide i prigionieri, poco portati alla solidarietà anche all’incomprensione reciproca e dall’avversione di gruppo.
Il suo intendo è quello di “fornire documenti per uno studio pacato di alcuni aspetti dell’animo umano” per non dimenticare e continuare a ricordare in modo che questi fatti orribili non si possano più ripetere. Levi descrive senza morbosità, quindi con efficacia moltiplicata, una realtà indescrivibile:

Il racconto è volontariamente condotto con linguaggio pacato, scevro da emozionalità affinché la testimonianza resa su quei fatti possa raggiungere più nitidamente i lettore, e in un’intervista, forse l’ultima, rilasciata un venerdì di settembre del 1986 allo scrittore americano Philip Roth disse: «[…] Ricordo di aver vissuto il mio anno di Auschwitz in una condizione di spirito eccezionalmente viva. Non so se questo dipenda dalla mia formazione professionale, o da una mia insospettata vitalità, o da un istinto salutare: di fatto, non ho mai smesso di registrare il mondo e gli uomini intorno a me, tanto da serbarne ancora oggi un’immagine incredibilmente dettagliata. Avevo un desiderio intenso di capire, ero costantemente invaso da una curiosità che ad alcuni è parsa addirittura cinica, quella del naturalista che si trova trasportato in un ambiente mostruoso ma nuovo, mostruosamente nuovo.

Philip Roth intervista Primo Levi – settembre 1986
LEVI ROTH 22

 

[…] ho scritto “Se questo è un uomo” sforzandomi di spiegare agli altri, e a me stesso, i fatti in cui ero stato coinvolto, ma senza precisi intenti letterari. Il mio modello, o se preferisci il mio stile, era quello del weekly report, del rapportino settimanale che si usa fare nelle fabbriche: deve essere conciso, preciso, e scritto in un linguaggio accessibile a tutti i livelli della gerarchia aziendale. »

Testimone e artista, Levi offre questo libro come uno specchio per le vittime, i carnefici e i comuni lettori.
Il testo considerato al vertice della narrativa memorialistica relativo alla seconda guerra mondiale, ha avuto grande fortuna ed è stato tradotto in varie lingue e adattato per la radio e per il teatro.


Campo di concentramento di Fossoli

ubicato in una località di campagna a 3 chilometri da Carpi,
in provincia di Modena.
 
Il tramonto di Fossoli(di Primo Levi)

Io so cosa vuol dire non tornare.
A traverso il filo spinato

ho visto il sole scendere e morire;

ho sentito lacerarmi la carne.

Le parole del vecchio poeta:

«Possono i soli cadere e tornare:

a noi, quando la breve luce è spenta,

Una notte infinita è da dormire».

 

Il 22 febbraio 1944 partì da Fossoli un convoglio con destinazione Auschwitz,
sul quale c’era anche Primo Levi, anch’egli internato nel campo di Fossoli come deportato politico;
fu uno dei 650 che furono deportati con quel convoglio e fu uno dei 23 che ritornarono.



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