Quando commemorare vuol dire rafforzare la lotta

Anche quest’anno è arrivato quel giorno da commemorare. Quel giorno che nessuno vorrebbe ricordare, semplicemente perché non sarebbe dovuto esistere. Invece purtroppo c’è;  il 23 maggio è una data che dal 1992 è diventata un simbolo, ma paradossalmente è diventata un simbolo di rinascita, di speranza di nuova e più consapevole opposizione alla mafia.

Il 23 Maggio 1992 veniva ucciso Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta, ma in quello stesso  momento è cominciato a crescere nella città e nei cittadini onesti, il seme della rabbia e della voglia di lottare contro l’eclatante ferocia della mafia (ferocia che si sarebbe ripetuta solo 2 mesi più tardi).

E come ogni anno i rituali commemorativi si ripetono, ma il tempo da loro sempre più forza, sempre nuova linfa, l’aula bunker si riempie sempre di giovani generazioni che rappresentano la speranza in un futuro migliore; l’albero in via Notarbartolo (luogo simbolo di queste commemorazioni) ogni anno è abbracciato e avvolto da una folla sempre maggiore, una folla che ricorda, ma anche una folla che festeggia e che dimostra con i fatti, che l’antimafia parte da li, opponendosi a quella che ormai si definisce “antimafia da salotto”, quella antimafia definita “falsa” da una studentessa delle numerose scuole che oggi si sono ritrovate all’interno dell’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. A queste parole hanno fatto eco quelle di Giuseppe Antoci, il presidente del Parco dei Nebrodi vittima di intimidazioni, il quale ha affermato: “L’antimafia non si predica, si pratica con piccoli gesti”. 

Nell’aula bunker si sono succeduti gli interventi del procuratore Franco Roberti, il quale ha affermato che: “La mafia non è ancora stata vinta”, dell’On. Rosy Bindi, secondo cui “la mafia si trasforma”, e di Maria Falcone, che con le sue parole: “Qui è stato celebrato il più grande processo penale del mondo. È qui che nacque la sentenza che per il Paese rappresentava la rinascita, ma per noi la morte di nei nostri cari”, ha sottolineato proprio il concetto di nuova speranza che ha preso le mosse dal maxiprocesso e dall’operato del fratello Giovanni 

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