Quarantacinque anni di Petrolchimico e l’involuzione di Gela

Questa é la testimonianza di chi per 45 anni è stato cittadino ed operaio presso il Petrolchimico di Gela, sita sulla bella Sicilia.

 

…”l’oro nero così chiamarono il petrolio che fuoriusciva dal pozzo di Gela. Nel lontano 1957 fu davvero la ricchezza del mio paese, dice quasi commosso l’operaio “togliendo dalla fame nera la popolazione gelese. “Nacque così questa macchina, magica e funesta nello stesso tempo, il Petrolchimico: molta gente abbandonò la campagna e andò a lavorare nell’industria evitando in tal modo l’emigrazione verso il nord. Gela pian piano si ingrandì, la popolazione aumentò, nacquero piccole e medie imprese che trovarono lavoro nell’impianto stessoAd un certo punto il mio intervistato, molto provato, e quasi dimenticandosi di essere davanti ad una telecamera inverte i ruoli ponendomi alcuni quesiti dei quali a stento trovai risposte balbettate e mai finite.

Mi dice “Lei si immagina un luogo con millenni di storia che si affaccia su uno specchio d’acqua azzurro, spiagge sabbiose e pianura fertile con uno stabilimento petrolchimico attaccato al centro urbano? Immagina che in questo luogo i casi di cancro, tumori e malformazioni hanno sfiorato percentuali mostruose insieme a Taranto? Ed infine immagina che l’unica cura per i malati oncologici è partire verso ospedali lontani almeno 100 km dalla città? ”Guardandomi fisso continua dicendomi “Ecco, pensi che questo posto esiste davvero e conta quasi 100 mila abitanti”. 

Gela non può dipendere dallo stabilimento perchè se è vero che ha portato tanta e tanta ricchezza, è anche vero che ha inaridito il territorio e i suoi abitanti”. Questo ormai il logorroico dibattitocontinuare a subire il lento ed inesorabile avvelenamento o rassegnarsi alla chiusura della principale fonte economica della città? 

Da questa situazione solo i politici hanno tratto giovamento con la loro logica imprenditoriale “meno spese più lavoro”, lasciando che i propri lettori continuassero a lavorare in condizioni ambientali ai limiti della tollerabilità umana. A capo di questo disastro c’è la logica illogica del fare soldi dai soldi a danno della nostra vita. Troppi casi, troppe malattie, troppe morti. Da uomo, padre, marito, nonno più che operaio mi dice un’ultima cosa: “bisogna fare in modo che nella mia Gela crescano alberi frutti fiori; che un bruco si trasformi in una meravigliosa farfalla; che l’uomo adulto diventi un simpatico vecchietto e che i bambini crescano sani e vispi”.