Riforma acqua pubblica: la parola passa ai comuni. Ecco cosa cambia, per i sindacati

  

Con la riforma sull’acqua pubblica in Sicilia la parola passa ai Comuni, che avranno il dovere di dimostrare che la gestione pubblica e partecipativa sarà più efficiente di quella privata, non consentendo più di lucrare su un bene primario. Da questo punto di vista prospettano importanti ricadute in provincia di Caltanissetta. “E’ necessario farsi trovare pronti attivando gli strumenti di partecipazione e di governance”. Lo hanno affermato  i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil, Ignazio Giudice, Emanuele Gallo e Vincenzo Mudaro. 

“Con la nuova Legge la gestione pubblica sarà realizzata dai comuni in forma singola o associata, non potrà essere sospesa l’erogazione del minimo vitale, si potranno finalmente analizzare nel merito i contratti con i gestori privati e le inadempienze ed accertare eventuali condizioni di recesso”, hanno comunicato i segretari. 

L’art.  12 della Legge che prevede l’istituzione delle Commissioni tecniche (tre sindaci, un rappresentante sindacale, uno dell’assessorato e uno delle associazioni) presso gli Ato idrici posti in liquidazione allo scopo di accertare eventuali inadempimenti contrattuali. 

“Tale commissione – sottolineano Cgil, Cisl e Uil – formulerà una relazione sul servizio reso da Caltaqua in provincia di Caltanissetta che può arrivare anche alla proposta di risoluzione anticipata del contratto. La Commissione avrà anche il compito di formulare le proposte per calmierare le tariffe”. 

Per la sola gestione del servizio il ricorso a privati è possibile, ma solo ad alcune condizioni stringenti: ogni affidamento potrà durare massimo nove anni e in caso di interruzione del servizio per più di quattro giorni ad almeno il 2% della popolazione del bacino, il gestore privato andrà incontro a una sanzione compresa fra i 100 e i 300 mila euro per ogni giorno di interruzione, e alla possibile risoluzione del contratto.

“Altro nodo da sciogliere sono i livelli occupazionali. La Legge menziona soltanto i lavoratori provenienti da amministrazioni pubbliche (Ato Idrico) e non i lavoratori del privato (ad es. Caltaqua). Per i lavoratori delle società private, la garanzia dei livelli occupazionali si potrebbero definire con la contrattazione di secondo livello per il passaggio al nuovo gestore”. 

Una grande criticità per i sindacati è rappresentata dalla mancata istituzione dell’autorità regionale di bacino, che la UE considera indispensabile per accedere alle risorse comunitarie dei fondi strutturali. “In tal senso la Legge non recepisce appieno le norme comunitarie e rischia di far perdere l’opportunità dei fondi europei” avvertono Giudice, Gallo e Mudaro, secondo cui è invece “più coraggiosa la norma che elimina la presenza del sovrambito, affidando gli acquedotti ai nuovi gestori del servizio idrico e non più a Siciliacque”. 

All’articolo 8 della riforma si dà mandato al Presidente della Regione di valutare la rescissione del contratto con Siciliacque o una revisione. 

“Facile a dirsi, un po’ meno a farsi – affermano Cgil, Cisl e Uil – visti gli enormi interessi economici della società partecipata dalla Regione ed al 75% posseduta dalla multinazionale francese Veolia. Ingenti i profitti dalla vendita dell’acqua a 69 centesimi a metro cubo, a fronte di scarsi investimenti sulle reti idriche da parte di Siciliacque. C’è da aspettarsi un contenzioso giudiziario da parte di Siciliacque (che si stima ricavi circa 700 milioni di euro l’anno), nel caso di rescissione o nella più moderata ipotesi di una riformulazione dei termini della convenzione con la Regione”.