Il rock era nato nero, poi però è nato Marty McFly

All’udire il nome di Chuck Berry, subito pensiamo alla scena di Ritorno al Futuro in cui Marty McFly nel 1955 si esibisce in Johnny B. Goode al ballo “Incanto sotto il mare”, offrendo a Marvin Berry uno spunto per il cugino Chuck. Bontà Divina! In realtà Berry pubblicò il pezzo soltanto tre anni dopo.

Ad aver “inventato” il rock n’roll è stato un afroamericano, ma al giorno d’oggi quante rockstar di colore conosciamo? Qualcosa deve aver generato un paradosso temporale. Erroneamente si pensa che il padre del rock n’roll sia stato Elvis Presley, “The King”, ma in realtà lui non era un cantautore, solo un eccellente performer, un personaggio dal carisma a dir poco magnetico. Si riconosce al Re di essere stato tra i primi ad avere scremato i conflitti razziali attraverso la musica. Dapprima si parlava di “race music”, genere elitario dei reduci dalla schiavitù. Elvis, in tutta la sua ebbrezza, oltre ad un bell’aspetto aveva una voce calda e nera, il che sorprendeva.

Anni di boom economico, di euforia ormonale ed evasione: mentre riemergeva la dignità dei neri, l’individualità stava abbandonando certi schemi convenzionali. I doppi sensi andavano di moda: nel 1947 Roy Brown incise Good Rockin’ Tonight. “Rock” significava dondolare, scatenarsi ballando, o quella “campanella” che Chuck Berry chiamava “My ding-a-ling-a-ling”

Ma quindi, in mezzo ai sopracitati e ai tanti Bill Haley, Little Richard, Jerry Lee Lewis e Gene Vincent come poteva essere proprio Berry l’iniziatore di tutto? Diciamo che lo stile è nato da sé, ma qualcuno attribuisce proprio a Berry l’invenzione della scala pentatonica “double-stop”. Il dj Alan Freed capì che la black music suscitava interesse nei bianchi e da qui la trasmissione radio The Moon Dog House Rock ‘n Roll Party. Un film intitolato “Rockabilly”, diretto dalle major, scritto da Chuck Berry, prodotto da Sam Philips ma di cui Elvis Presley era il protagonista.

Piccola parentesi: il personaggio di Johnny B. Goode è l’antitesi dell’odiernità. Ragazzo di campagna, non particolarmente colto, ma “sapeva suonare la chitarra come se stesse suonando il campanello.” Per le strade Johnny fa conoscere il suo talento, sperando in futuro nella musica. “Vai, Johnny, vai”. Nel brano sequel Bye Bye Johnny, la madre ricorda commossa i sacrifici che ha fatto affinché suo figlio potesse giungere al successo.  Molti piccoli grandi Johnny hanno visto sbattersi tante porte in faccia prima di farcela, senza andare ai talent show.

Tutto divenne un po’ più “rock” e un po’ meno “roll” tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 per poi sfociare nell’era dei Beatles e dei Rolling Stones. In realtá gli artisti di colore nei contesti puramente rock non saranno stati molti, ma sono stati i pionieri eppure non lo si riconosce. Diciamo che hanno inventato un po’ di tutto nella musica e nella danza, ma viene dimenticato. Jimi Hendrix soprattutto, ma sentiva che non sarebbe arrivato ai trent’anni. I pregiudizi razziali non finivano: nei primi anni ’80 MTV rifiutava di trasmettere video di artisti di colore, fin quando le lotte della CBS Records riuscirono a far trasmettere Billie Jean di Michael Jackson mettendo fine ad ogni contestazione. “Il Re del pop, del rock e del soul”- così nel 1989 l’amica Liz Taylor introdusse Jackson durante i Soul Train Music Awards, ma per il pubblico rimase impropriamente il “re del pop” per poi accusarlo di essersi autoproclamato tale. Se pensate che questo sia un articolo prolisso, leggete allora quest’altro di Joseph Vogel, che tratta perfettamente il caso di MJ e dei suoi “simili”. Spesso Jackson si serviva di chitarristi colossali quali Eddie van Halen, Steve Stevens, Jennifer Batten, Slash (la cui madre era afroamericana) per dare quel tocco di aggressività nei suoi pezzi, ma ben pochi sapevano che lui stesso era un polistrumentista.

Non è dunque un’etnia ferma al soul, all’hip hop e al R n’B. Basti pensare alla genialità inetichettabile e provocatoria di Prince. La sperimentazione di colore affrontava tematiche sociali, come ha dimostrato Janet Jackson con l’album Rhythm Nation 1814, contenente brani “schitarrati” come Black Cat.  Sicuramente Lenny Kravitz più di ogni altro è stato influenzato da queste atmosfere. Hanno fatto delle sfaccettature un marchio di fabbrica artisti come l’eterea Tracy Chapman, l’energica Tina Turner e negli ultimi anni gli indefinibili N.E.R.D.. E poi le eccezioni, come la voce graffiante di Skin perfettamente in linea col sound spiazzante degli Skunk Anansie

Qualcosa deve aver cambiato il continuum spazio-temporale: non solo non abbiamo le macchine volanti, ma i meriti dei neri non vengono riconosciuti. Poi c’è Michael Jackson che si è beccato la vitiligine, Michael J. Fox il Parkinson, Donald Trump è Presidente. Abbiamo perso David Bowie, Prince, e ora anche Chuck Berry ma piuttosto che discutere sul ruolo di ognuno e sul futuro (se esiste) della musica ci preoccupano di più le storie su WhatsApp.  Tutta colpa di Marty McFly. Attenzione! Non si tratta di chi sia migliore di chi, o di chi sia stato il primo a fare cosa, l’arte e il talento non hanno etnia. Si tratta di riconoscere che vi sono ancora delle barriere e cercare di superarle. Probabilmente le stesse hanno danneggiato dei mondi come la discografia e il cinema, già di per sé in decadimento e sempre più omologato.