Leonardo Sciascia: Le parrocchie di Regalpetra

Le parrocchie di Regalpetra, Cronaca saggistica-narrativa dello scrittore siciliano pubblicata nel 1956, il primo libro importante di Sciascia, che scrive rifacendosi innanzitutto alla sua esperienza di maestro elementare, e lo specifica nella sua prefazione così: «Nel 1954, sul finire dell’anno scolastico, mentre compilavo quell’atto di ufficio che è, nel registro di classe, la cronaca (appena una colonna per tutto un mese: ed è, come tutti gli atti di ufficio, un banale resoconto improntato al tutto va bene), mi venne l’idea di scrivere una più vera cronaca dell’anno di scuola che stava per finire», arricchendo questa matrice “neorealista” di un apparato di notizie storiche-sociologiche che inseriscono piuttosto il libro nel filone della pubblicistica meridionalista di taglio politico-antropologico, sulla scia degli studi dello storico Ernesto De Martino.
Suddiviso in dieci capitoli, il libro, offre un percorso diacronico nella storia del paese natio di Sciascia Racalmuto, nel quale sono ravvisabili le condizioni di qualsiasi altro paese dell’isola, il peso della storia passata e le carenze del presente.
Il nome di Regalpetra, un’invenzione dell’Autore, dalle origini feudali all’avvento ottocentesco della mafia, dai nefasti eventi del ventennio fascista a quelli dell’egemonia democristiana.

Sempre nella prefazione spiega il perché della scelta di quel nome, in questo modo: «la prima, che nelle antiche carte Racalmuto… è segnata come Regalmuto; la seconda, che volevo in qualche modo rendere omaggio a Nino Savarese, autore dei ‘Fatti di Petra’.» Grande ammiratore dell’opera dello scrittore ennese specialmente per tutta quella che tocca i miti e le storie della terra siciliana. Ma in Sciascia c’è qualcos’altro, una risentita dimensione civile, una speranza nei poteri della ragione e nella conquista liberatrice della storia, ma nello stesso tempo una dolente coscienza delle carenze e delle colpe della classe dirigente, e del prezzo del dolore e di miseria che esse comportano.
L’interesse antropologico è evidente nel ritratto satirico del circolo di conversazione, denominato “della Concordia” un luogo di ritrovo dell’aristocrazia e dall’alta borghesia che gode della gloriosa tradizione di dare sindaci al Comune, nell’affilata analisi del potere ecclesiastico, nella cronaca sconsolata della vita scolastica di cui sono protagonisti gli scolari, troppo poveri e affamati di pane per ricevere un vero nutrimento degli insegnamenti del maestro. E se il capitolo i “salinari” è un ritratto efficacissimo dell’allucinante esistenza dei lavoratori nelle miniere di sale, nella parte conclusiva del libro tutte queste componenti vengono riprese e riassunte, in tono ora graffiante ora struggente.
Nel capitolo “Cronache scolastiche”, lo scrittore registra il fallimento di una scuola di massa che non può attirare le masse, perché bambini che sgomitano per la mensa per assicurasi un pasto e vestiti con stracci era impossibile che vedano nella scuola una via di riscatto e di emancipazione, non ci credevo , non hanno più fiducia ed hanno perso anche la speranza.
Scuola e istituzioni di allora non riuscivano ad assicurare tutti i bambini un pasto e garantire a tutti gli scolari il materiale scolastico gratuito, in questo modo era difficile convincere questi bambini che l’istruzione poteva essere un’alternativa alla povertà alla sofferenza e all’umiliazione; al contrario, molto spesso quelle stesse istituzioni erano viste come artefici di imposizioni e violenze, come nel caso delle forze dell’ordine che passavano per le case a richiamare al dovere i ragazzi che eludevano l’obbligo scolastico.
Sciascia esplora anche la realtà sociale e politica della Sicilia cogliendone il valore iperbolico e universale, le contraddizioni, le assurdità, i mali siciliani diventano quelli dell’intera società italiana, lo scrittore dichiara che: «La Sicilia offre la rappresentazione di tanti problemi, di tante contraddizioni, non solo italiani ma anche europei, al punto da poter costituire la metafora del mondo odierno.»
A unificare un libro così vario è lo sguardo pietoso e indignato dello scrittore, la sua voce che giudica e narra «la storia di una sconfitta continua della ragione e di coloro che nella sconfitta furono personalmente travolto e annientati.»
Nella premessa una voce di timbro neo-illuminata dice: «credo nella ragione umana, e nella libertà e nella giustizia che dalla ragione scaturiscono; ma pare che in Italia basta ci si affacci a parlare il linguaggio della ragione per essere accusati di mettere la bandiera rossa alla finestra», una voce che si vuole distinguere dall’indifferenza cinica della classe di provenienza, raffigurata nella vacuità del circolo di conversazione.

Come notò Pasolini è una voce prima di tutto polemica, stilisticamente modulata, ma secondo il modello della prosa di matrice rondesca.
Un libro complesso, che contiene “in nuce” le varie forme di scrittura in cui Sciascia si cimenterà nel racconto, nei romanzi gialli, nel diario, nell’inchiesta storica, nell’indagine d’archivio, ne i pamphlet politici e nella scrittura teatrale, tutti contrassegnati dal tenace sforzo di individuare la verità analizzando la realtà con gli strumenti della ragione, illuministicamente intesa come fondamento della società civile, ma si tratta però di un illuminismo, proprio, dei grandi scrittori siciliani, che temperano il razionalismo con lo scetticismo, che non sanno e non vogliono abbandonarsi a utopiche illusioni di rinnovamento. Sciascia guarda ai mutamenti storici all’attualità italiana con la stessa pessimistica diffidenza che si incontra nelle opere di Verga, di De Roberto o di Brancati.
Ed è parte integrante della complessità del libro la lucidità con cui il demistificatore Sciascia demistifica se stesso, cogliendosi in fallo nel suo ruolo di insegnante, troppo spesso disamorato, per l’enormità della battaglia educativa che affronta e nell’ambiguità del suo essere in tal senso rappresentante di uno Stato che per gli alunni e i loro genitori è quintessenza dell’astrattezza, dell’essenza.

 

 


Leonardo SciasciaLeonardo Sciascia, Racalmuto 1921, Palermo 1989
Uno dei più grandi intellettuali italiani contemporanei, il suo  contributo alla cultura italiana ed europea è rappresentato dalle numerose opere che ci ha lasciato, tra romanzi, poesie, racconti, saggi, articoli, testi teatrali e sceneggiature.
È stato il primo a raccontare cos’era la mafia e ha anche proposto le modalità per  combatterla e sconfiggerla, senza mai dimenticare il valore della giustizia e della libertà,senza mai arrendersi all’arroganza del potere.
«La mafia si combatte non con la tensione delle sirene, dei cortei e della terribilità. La mafia si combatte col diritto» scriveva Sciascia negli anni della reazione del Paese all’offensiva scatenata dalla mafia tra il 1978 e il 1983, preoccupato di difendere i principi democratici più importanti, quelli su cui si fonda lo Stato, e di non sacrificarli all’emergenza.
dedica gli ultimi anni di vita alla saggistica storico-letteraria e allo studio del fenomeno mafioso, come nell’occasione del maxi-processo palermitano a Cosa Nostra del 1986, nato dalle dichiarazioni del “pentito” Tommaso Buscetta.

 

 

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