Baba ve Piç (in inglese The bastard of Istanbul) di Elif Şafak

Istanbul, città magica e piena di misteri, da migliaia di anni riesce ad unire oltre due continenti, l’Asia e l’Europa, anche le loro culture così diverse. Se da una parte fa vivere il mistero dell’Asia, dall’altra fa conoscere la parte Europea. Antico e moderno si mescolano e si confondono, come gli odori e i colori delle spezie e se da un lato si innalzano le moschee, simbolo dell’Islam, dall’altro sfilano chiese e sinagoghe, una città proiettata con entusiasmo verso l’Europa e la sua modernità ma allo stesso tempo legata alle tradizioni, i rituali e le superstizioni del mondo ottomano ed islamico.

In questo affascinante affresco di luci, suoni e colori nasce la storia, una storia, una doppia saga familiare, tutta al femminile, donne coraggiose, profondamente diverse tra loro, dove al centro della vicenda c’è l’amicizia tra due diciannovenni, nate e cresciute in due mondi e due culture profondamente diverse, ma con un unico obiettivo: conoscere la verità del loro passato.

L’incontro delle due ragazze da inizio ad un complicato intreccio di legami, Asya la “bastarda” del titolo, ribelle e tentata dall’autodistruzione sarà salvata dall’amicizia con Armanoush, figlia della spregiudicata Zeliha che porta dentro di sé un angosciante segreto che non può condividere con nessuno, è piena rabbia ma non ha paura delle sofferenze che le procurerebbero la conoscenza del passato della sua famiglia, messa al mondo senza padre. Appassionata delle opere degli esistenzialisti francesi, ama ascoltare il cantante Jhonny Cash, trascorre interi pomeriggi al “Café Kundera” in compagnia di un gruppo di strani personaggi dai soprannomi bizzarri, a casa è circondata solo delle donne della famiglia Kazanci, che lei chiama zie (anche la madre), escluso la nonna.
Banu, la maggiore delle zie, religiosa e devota di Allah, è l’unica, oltre alla madre di Asya, ad essere a conoscenza della vera identità del padre, questa donna è un personaggio misterioso con poteri chiaroveggenti, una specie di maga aiutata nella sua attività da due jinn che la accompagnano alla scoperta dei misteri del passato legati allo sterminio degli armeni, e la portano anche alla scoperta del segreto che angoscia Zeliha.

Nella famiglia Kazanci c’è un uomo, l’arrogante e viziato Mustafa, che diversi anni prima era andato via da Istanbul per sfuggire ad una specie di maledizione che colpiva solo gli uomini della famiglia. Era stata la madre che con la scusa di completare gli studi universitari di ingegneria lo aveva mandato in America, ma il motivo principale era: sottrarlo ad una morte prematura.

Dall’altro capo del mondo vive Armanoush, chiamata all’americana Amy, nata da madre americana e padre armeno e un patrigno turco con un segreto da nascondere. Legata alle sue radici, appassionata di letteratura, costantemente impegnata nel riconoscimento storico e morale del genocidio del popolo da cui discende, per il bisogno di conoscere e unire tutti i tasselli di un passato che non riescono a farla sentire veramente a casa, né in Arizona con la madre e il compagno turco, né a San Francisco dove vive con il padre e la chiassosissima e allegra famiglia armena, passe le sue serate in piena solitudine chiusa nella sua silenziosa stanza per intrattenersi in una chat-room, “Cyber Cafè”, costituito da un gruppo di americani di origine greca, sefardita e armena, all’interno c’è un forum di discussione, ed è qui che fa la conoscenza di “Barone Baghdassaria”, un accanito sostenitore per riconoscimento del genocidio da parte dei turchi, sarà lui che le darà la spinta a partire.
La tragedia del popolo armeno condiziona la sua vita a tal punto che anche la letteratura è fonte di preoccupazione per loro, la costante paura di un tragico passato che può sempre tornare. Il genocidio iniziò con la deportazione della classe più colta, infatti scrittori, poeti, artisti sono stati i primi ad essere eliminati dall’Impero Ottomano.

Di nascosto si reca ad Istanbul per vedere la terra da cui gli armeni sono stati strappati, conoscere i luoghi e la casa in cui la sua nonna armena è cresciuta. Per capire meglio cosa vuol dire essere armena, deve incontrare e conoscere i turchi. Ad ospitarla è la famiglia del patrigno, i Kazanci.

Il destino, che le ha divise ai tempi del genocidio, le farà rincontrare decenni dopo, grazie soprattutto a due donne, che sono i personaggi chiave della storia.
“Le storie di famiglia possono intrecciarsi in modo tanto profondo che ciò che è accaduto generazioni prima può avere conseguenze su dettagli apparentemente irrilevanti nel presente. Il passato è tutto tranne che concluso”.

Tra le due ragazze nasce una profonda amicizia e vede affievolire piano piano l’odio di Amy nei confronti dei turchi, provato fin dalla più tenera età, nato con i ricordi e i racconti della nonna e il gruppo armeno della chat-room. Si rende conto che turchi e armeni sono legati, intrecci dolorosi e pieni di segreti, ma che sottolineano la similitudine delle tradizioni ed evidenziano quanto questi due popoli abbiano in comune.

Il filo che lega in modo tragico e molto commovente le due famiglie è una spilla d’oro a forma di melagrana, comprata dal bisnonno di Amy tantissimi anni prima per regalarla alla moglie. La melagrana è presente in tanti piatti della cucina turca e armena, simboleggia gli opposte per eccellenza, vita e morte, ma anche l’epoca felice dell’Impero Ottomano. Il tutto in diciotto capitoli, dove ogni capitolo, tranne l’ultimo, ha il nome degli ingredienti per preparare l’Aşure, o budino di Noè, tipico dolce turco legato alla tradizione islamica adorato fin dall’infanzia da Mustafa Kazanci.

 

Nel 2006 tra l’edizione inglese e quella turca del romanzo ha subito in Turchia un processo per aver “denigrato l’identità nazionale turca”, in base all’art. 301, che prevedeva la reclusione per chiunque osasse offendere la Turchia o il suo presidente, accuse mosse perché nel libro si parla apertamente e con odio del massacro degli Armeni (non ancora riconosciuto dal popolo turco), un popolo che fino alla Prima Guerra Mondiale aveva convissuto pacificamente con i turchi. L’avrebbero potuta condannare a tre anni di reclusione, il processo si è concluso con la sua assoluzione.

SAFAKIl caso della Şafak, ha attirato l’attenzione dei media, non solo perché si trattava di una scrittrice e accademica molto nota che rischiava da sei mesi a tre anni di prigione, per che cosa? aver parlato del genocidio nel suo romanzo, ma era anche incinta ed ha trascorso gran parte della sua prima gravidanza con l’angoscia del processo e di una condanna. Ma i suoi personaggi parlavano dello sterminio armeno e questo bastava per far processare e magari condannare una donna innocente incinta di otto mesi.

Lo stesso anno la stessa sorte è toccata ad un’altra scrittrice turca, Ipek Calislar, accusata, fortunatamente non condannata, di aver insultato Mustafa Kemal Ataturk, fondatore dello stato turco moderno. L’offesa al ‘padre della patria’ sarebbe contenuta nella biografia che la Calislar ha scritto sulla moglie di Ataturk, nel libro “Latife Hanim” la scrittrice racconta un aneddoto secondo il quale una volta Ataturk sarebbe scappato travestendosi da donna per salvarsi dai cospiratori indossando perfino un chador nero.

Sul genocidio degli armeni, Elif Şafak sostiene che: “La Turchia vive una sorta di amnesia collettiva. Nella mia patria tutto sembra scritto sull’acqua tranne l’architettura e la letteratura. Ma penso che la memoria è una responsabilità.”
“La bastarda di Istanbul” con la regia di Angelo Savelli nel 2015 diventa un’opera teatrale, grazie alla convinta adesione dell’autrice e contando sull’interpretazione di Serra Yilmaz.

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