Shyamalan torna alle basi con Split.

Shyamalan, si è fatto conoscere nel 1999/2000 con una doppia coppia di difficile replica, Il sesto senso e Unbreakable, scusate se è poco, (se non li avete visti cospargetevi il capo di cenere e investite questa domenica pomeriggio), due film che ne hanno definito l’estetica e la poetica, e anche quella capacità di narrare storie ambiziose e imprevedibili con pochi soldi e di creare suspense con poche, pochissime informazioni. Nessun effetto speciale, neanche per parlare di fantasmi e supereroi, una lezione probabilmente ripresa da Hitchcock che chevelodicoafare in suspense e turbe ha fatto scuola. Poi è successo qualcosa, Shyamalan ha perso quell’ispirazione, quello smalto che ci aveva stregato o forse gli sono cadute le carte di mano. Peregrina un po’ e nega quel minimalismo che lo aveva reso grande, escono L’ultimo dominatore dell’aria e After Earth.

Arriva il 2015 e un suo amico forse glielo dice:”Basta Shy, ripigliati”.

Lui si allea con Jason Blum, produttore noto per sfornare horror minimalisti con due lire e mezzo, dal loro sodalizio arriva The Visit che pare un discreto ritorno con un “twist” finale degno dei suoi migliori. Split, film uscito il 26 gennaio,è ancora meglio. È un thriller piuttosto diretto, almeno rispetto allo standard a cui ci ha abituati Shyamalan. O meglio ancora, lo è in apparenza, perché in realtà è un film dalla struttura complessa, che parte da un dettaglio e poi apre porte, porte che però, per fortuna, riesce a chiudere. 

Kevin, il protagonista, è un uomo affetto da disturbo dissociativo dell’identità, ne ha ben 23 alcune innocue, altre oscure e rabbiose. Il film comincia con una trama abbastanza semplice, direi da thriller standard. Un tipo con la faccia da pazzo rapisce tre adolescenti di ritorno da una festa di compleanno, le rapisce e le rinchiude in una sorta di scantinato senza un motivo apparente. Da qui in poi il film ha sviluppi imprevedibili e a mio modesto avviso imperdibili. Kevin e le sue numerose personalità fanno visita alle tre prigioniere in un andi-rivieni straniante e destabilizzante, le visite dei suoi alter ego sono destinate anche alla sua psichiatra Karen Fletcher (Betty Buckley), che indagherà sulla scomparsa delle tre ragazze e sul rapporto complicatissimo tra gli alter ego di Kevin e le sue prigioniere.  Queste personalità daranno luogo ad un “collettivo” che si nasconde dentro Kevin e verranno a galla a poco a poco e no, non saranno ciò che ci aspettiamo. Non è un spoiler ,essendo questo nella frase di lancio sparata sul trailer e sui poster italiani, che in Kevin “risieda” una ventiquattresima personalità pronta ad esplodere. Questa personalità rappresenta la svolta per un terzo atto che è nel film tutto da gustare. Il film tratta tematiche piuttosto difficili e riesce a farlo in modo intelligente e anche, se vogliamo, profondo. Kevin soffre e ha sofferto, le sue personalità sono le conseguenze a un trauma e l’autocontrollo che ha imposto a sè stesso. Anche Casey soffre e il riconoscimento della sua sofferenza come capacità di porsi di fronte al mondo con occhi diversi, ha il gusto di una catarsi emotiva.

Shyamalan ha portato avanti un’idea che aveva già testato in The Visit, lo spettatore assiste ad un cambio repentino di genere. Per tutto il film, lo spettatore pensa di guardare una cosa e poi si ritrova in tutt’altro genere. Il cambio di genere è centellinato, dosato minuziosamente in un crescendo che non delude ne sbatacchia . C’è una sorpresona finale. Non ve la rovinate, è una sorpresa gustosa e vi lascerà con un dubbio a cui spero Shyamalan dia risposta, presto, molto presto.

Articoli correlati