Silence, testamento spirituale di Scorsese.

Siamo in Giappone, è il 1633 e  una violentissima persecuzione sta minando il cattolicesimo, i fedeli vengono uccisi o costretti all’abiura. In Portogallo due missionari gesuiti, Padre Rodriguez e padre Garupe, vengono informati che il loro maestro spirituale Ferreira è scomparso e ottengono così  il permesso di andare a cercarlo.  Vivranno una dolorosa odissea tra la repressione dei signori feudali, la prigionia, i tradimenti, il confronto con un mondo profondamente distante dalla loro cultura.  Corrono tanti rischi, non solo perdere la vita ma anche la fede.

L’opera più sentita da Scorsese sembra la meno scorsesiana di tutte, il film non è immediato, è difficile e ha una forte connotazione ideologica. Scorsese (ex seminarista) torna a quello che è uno dei temi più profondi del suo cinema, i misteri della fede e il comportamento dell’uomo di fronte ad essi. Il silenzio, cui il titolo si riferisce, è  quello di un Dio “assente” , ma anche  al silenzio dei cristiani perseguitati o alla condizione di padre Ferreira, spinto dall’apostasia e poi fedele osservante nipponico. Lo scontro tra le ragioni del fervore missionario e quelle dei signori del Giappone ha come teatro il corpo e la mente dei due religiosi .

I dilemmi sono tanti:  rinunciare alla professione di fede cedendo al ricatto del potere dominante che minaccia in  il massacro degli innocenti e che riduce a schiavi del potere per il resto della vita, a servizio dei suoi disegni fino ad aiutarlo a smascherare altri cristiani o spingere ad abiurare i propri confratelli? O professare la fede fino alla fine? Testimoniare agli uomini che c’ė qualcosa di più grande della vita fisica, che è la libertà, che trova le sue radici nell’essere rapporto con l’Infinito tanto da vincere anche la morte nella certezza della fede?
Qual ė il vero amore agli uomini? Che sopravvivano fisicamente o che trovino la vera ragione per vivere e per morire?
Tantissime domande in due ore e quaranta di Cinema con la C maiuscola a cui Scorsese aggiunge un percorso asfissiante nei travagli dell’animo dei due gesuiti, travagli interiori che diventano dello spettatore stesso e lo costringono a pensare, non senza una velata cupezza.

Il film è lungo e forse proprio per la sua lunghezza riesco a vederlo solo ora (è uscito il 10 gennaio) in una città che non è la mia, amarlo è difficile, stimare e ammirare sembra piuttosto semplice. Non ci sono folle a far proseliti ma in fondo c’era da aspettarselo, forse la brevitas, uno standard da 90 minuti gli avrebbe conferito maggiore presa. A tutte le domande che allo spettatore genera, Scorsese da una soluzione, forse, più problematica. Mette al centro l’uomo e si, per lui, si può e forse si deve rinnegare anche la propria fede. Rinunciare, occultarla e ridurla a mera dimensione privata. Non nega la via dei martiri. La questione rimane in qualche modo aperta e ci si alza dalla propria poltrona pieni. Di domande e di contraddizioni, di pensieri cupi e di altri legati a una sfavillante umanitas. Non è stato semplice non amarlo.