Sincerità e malinconia in “120 battiti al minuto”

Siamo nella Parigi anni 90, nel pieno dell’epidemia di AIDS. 12O battiti al minuto racconta la storia di un gruppo di attivisti e dei loro tentativi, pacifici, di rompere il silenzio, l’isolamento sul tema dell’AIDS e delle malattie sessualmente trasmissibili.

E’ un film vietato ai minori di 14 anni, forse una sorte di protezione dalla visione del dramma dei malati di AIDS. L’impatto è duro, la visione scuote.

La malattia, l’attivismo non sono celate, nulla viene edulcorato nè infiocchettato, per sembrare meno brutale, meno doloroso. Così lo spettatore si ritrova tutto dentro allo schermo, carne e ossa, e sentimenti.

120 battiti al minuto mostra la malattia, il suo incedere, la decadenza fisica, non ha cautele.

Perchè averle?

Questo film informa sul dolore, sull’indifferenza delle case farmaceutiche, sull’ indifferenza di un sistema politico che, in quel momento e a passo di bradipo, stentava a trovare soluzioni, a dare risposte.

Robin Campillo, ci introduce in questo tempo e lo fa attraverso gli attivisti di Act Up. Trascorriamo con loro  due ore e venti, senza mai stancarci e li vediamo lottare, consolorarsi, arrabbiarsi, diventare famiglia.

Il pubblico e il privato si intrecciano come in una morsa e tengono lo spettatore incollato allo schermo.

E’ un film sincero, malinconico, tetro ma anche colorato e pieno di luce. La luce è quella di questi attivisti. E’ la luce del loro coraggio, della loro forza anche davanti allo sfacelo. La luce è nelle loro invasioni di campo, negli accesi dibattiti dove le idee e le azioni prendono forma.

Vita e morte, lutto e luce in incessante movimento, in quell’eterno compromesso tra estremi polarmente opposti: Vincere e Perdere .

Lo amerete, ne sono certa!