Steve McCurry: uno sguardo, una lacrima, il mondo intero

La mostra fotografica di Steve McCurry è tutto questo , ma sarebbe riduttivo pensare che sia solo questo.

Sguardi, guerra, luoghi; la mostra  si può dividere così.

Sguardi: entro e mi ritrovo circondato da volti e sguardi appesi al muro che mi fissano; vividi, profondi, presenti. Si rompe la barriera: sono io che guardo loro o loro che guardano me? Sguardi espressivi e magnetici, che ti entrano dentro; su tutti ovviamente quello della Ragazza Afgana Sharbat Gula, sguardi che comunicano tutta la loro fierezza, la loro paura, la loro speranza di poter vivere e sopravvivere ancora agli orrori che, lontani dall’obiettivo, sono stati costretti a fissare quotidianamente: sono gli orrori dei campi profughi, della fame, del freddo, della guerra. Quasi tutte le foto infatti (tranne qualche eccezione come ad esempio la foto di Robert De Niro), sono state scattate in contesti di miseria, paura ed emarginazione. E’ una lunga carrellata di persone e di volti che mi  guidano fino al secondo tema della mostra.

Guerra: la guerra che non è solo negli occhi visti prima; dopo gli sguardi mi trovo immerso in scenari fatti di  fuoco, lamiere, devastazione, terrore. Tutto immortalato come sempre con occhio lucido e delicato, mai invasivo, mai sensazionalistico, mai volgare.  Ci sono i conflitti del sud-est asiatico, c’è la guerra del Golfo, ci sono i bambini soldato, c’è l’11 settembre. Il senso d’impotenza arriva forte: osservare quelle foto è come trovarsi proprio li, rischio di essere colpito dalla sindrome di Stendhal, mi sento oppresso dalla paura, atterrito dal timore che il conflitto possa piombarmi addosso. E allora scappo, cerco luoghi sicuri e trovo riparo nell’ultima parte della mostra.

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Luoghi: un giro del mondo come non riuscirei mai a vederlo, nemmeno rimanendo in ogni singolo luogo immortalato da McCurry per anni. Non riuscirei mai a cogliere le sfumature, le angolazioni, gli attimi, che solo un grande della fotografia è riuscito a fissare nei sui obiettivi. Per la terza volta mi trovo proprio li dove vuole McCurry: sono in India, sono in Afganistan, sono a Roma e Venezia, sono accanto ad un elefante o a pescare in mezzo al mare arrampicato su una canna di bambù. Hanno questo potere queste foto, semplici, naturali, dirette, potentissime.

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Questa è la mostra fotografica, 100 foto circa, 100 scatti che ribaltano ogni prospettiva: non sei tu a guardarli, sono loro che guardano te, ti guardano dentro e ti portano dove vogliono, o meglio, dove vuole McCurry. E farsi trasportare è affascinante, bello ma allo stesso tempo angosciante, c’è spazio per tutte le emozioni in questo percorso, compresa la gioia finale di aver potuto ammirare le opere di uno dei maestri della fotografia.

La mostra sarà visitabile fino al 19 febbraio 2017, dal martedì alla domenica dalle 9.30 alle 18.30, presso la Galleria d’Arte Moderna di Palermo

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