Su social tutti condividono, ma nessuno legge

Negli ultimi anni, i social network hanno totalmente aperto e modificato le frontiere della comunicazione digitale. Attraverso quello che chiamiamo “Web 2.0”, gli utenti presenti all’interno di queste piattaforme riescono a trovare amici, coltivare relazioni ma anche a scambiarsi pareri e opinioni su dei gruppi in cui vengono trattati una varietà di tematiche. Insomma, una sorta di “Community”, costituita da un gruppo di utenti che si aggrega in base a interessi comuni e alla ricerca del sano confronto, attivando varie e profilate modalità di interazione. Purtroppo non sempre è così. Sui social si trovano diverse personalità: dal semplice lettore, passando per il critico e terminando nel presunto esperto di tutti gli argomenti possibili e inimmaginabili. Stiamo parlando di coloro che commentano e condividono una quantità indescrivibile di post e notizie, al fine di affermare il “loro essere informati” su tutto e tutti. A quanti di voi è capitato di imbattervi in quelle lunghe ed estenuanti conversazioni su Facebook e Twitter riguardanti temi di natura politica, economica o sociale? Forse in tanti, se consideriamo che il numero di utenti presente nel panorama multimediale è in continua ascesa.  Ce ne sono di tutti i tipi: chi si dichiara esperto di relazioni internazionali nel periodo di conflitti tra Stati o questioni europee; pseudo broker finanziari che conosco appena la tabellina del quattro, giuristi al decimo anno fuori corso e soprattutto ultra sessantenni con molto tempo libero e tanta voglia di affermare la loro vena critica. Insomma, un miscuglio di personalità pronte a darsi battaglia ogni giorno e in qualsiasi momento della giornata. Ma, vi siete mai chiesti se tutti gli utenti in collegamento, prima di commentare, abbiano letto il contenuto dell’articolo? Sono due delle domande che “Science Post”, sito satirico americano, si è posto, realizzando un esperimento molto interessante. Il sito ha creato una sorta di articolo fittizio dal titolo “Cattura Like”. Una volta pubblicato il pezzo, il 70% degli utenti di Facebook legge solo il titolo di quello che condivide. Risultato: 46mila condivisioni. Peccato che l’articolo fosse scritto in “lorem ipsum”, il testo privo di senso usato dai designer per bozzetti e prove grafiche.

Se quello di Science Post è solo uno scherzo che ha avuto un esito incredibile, negli ultimi mesi, sono stati realizzati una serie di studi scientifici sull’argomento. Uno di questi è la ricerca della Columbia University condotta insieme al French National Institute e svelata da Chicago Tribune. Dal sito dell’università, i risultati parlano da soli: “il 59% dei link condivisi sui social media non sono mai stati cliccati. In altre parole le persone condividono o retwittano senza averli mai letti”. Cosa ancora peggiore, è che questi link diventano importanti per gli utenti, poiché costruiscono anche la loro l’opinione personale. Insomma, retwittare e condividere non sono attività fine a se stesse, ma hanno un’influenza determinante sui pensieri degli amici e dei conoscenti. Sostanzialmente, i titoli sono molto importanti, poiché proprio da li nasce la condivisione di un articolo. L’altro aspetto negativo della questione, riguarda il fatto che questa specie di condivisione “alla cieca” ha un ruolo importante nel determinare quali notizie circoleranno e quali invece usciranno dai radar degli utenti. I ricercatori sono arrivati anche ad altre interessanti osservazioni. Nella maggior parte dei casi, le notizie venivano aperte a partire da link diffusi da utenti di Twitter comuni, e non dagli account dei giornali che le avevano pubblicate. Di questi, il 90 per cento dei link effettivamente aperti su Twitter portavano solo a un piccolo gruppo di articoli, che rappresentava solo il 9 per cento di tutti quelli condivisi. I link aperti dagli utenti, inoltre, erano molto più vecchi di quanto ci si potrebbe aspettare: in alcuni casi rimandavano a notizie pubblicate già da diversi giorni. La cosa più interessante rimane però l’abitudine a condividere articoli senza averli aperti, che la dice lunga sulla sorta di esperienza nel campo politico, scientifico, economico e sociale degli utenti sui social, che costituisce una sorta di “pozzo nero” (come lo chiamano i titolari della ricerca)  spesso demoralizzante che è la cultura di Internet.

Lo scopo reale dell’esperimento, lo rivela il direttore del sito durante un’intervista al Washington Post, raccontando che si era stancato di vedere così tante fesserie equivocate, riportate in modo sbagliato o semplicemente inventate che la gente posta allegramente su Internet. Science Post è gestito da professori e medici che soffrono nel vedere la diffusione della cattiva informazione. Ma, per loro sfortuna, questa tendenza non sembra destinata ad attenuarsi.