The Guardian parla di noi

Appena alzato, questa mattina, ho ricevuto un messaggio in cui un’amica mi ha scritto:  The Guardian ha scritto di Gela e urgentemente leggi questo Link.

Il titolo è già un programma:

I siciliani prendono di mira il “mostro” di petrolio che incolpano di difetti alla nascita dei bambini

Ero indeciso se approfondirlo oppure semplicemente raccontarvelo, ed invece ve lo traduco semplicemente in alcune sue parti. Magari aggiungendovi qualcosa di mio, della mia memoria e delle mie riflessioni.

Traduzione sottotitolo: La più grande compagnia petrolifera italiana è accusata di aver inquinato un’area in cui gli esperti hanno trovato più sostanze tossiche che acqua nel mare , e questo forse lo sapevamo già !?

..e poi prosegue:

Tutti nella città siciliana di Gela conoscono qualcuno che è stato colpito dalla difficoltà sanitaria che ha attanagliato – ed attanaglia – la città da decenni.

I tassi di mortalità sono più alti che altrove sull’isola, e la città ha un insolitamente alto tasso di difetti alla nascita, tra cui il più alto tasso nel mondo di un raro disturbo dell’uretra.

A questo punto incomincia il dialogo con l’avvocato Luigi Fontanella  che nel 2007 ha iniziato a raccogliere testimonianze sulla salute dei 70.000 residenti di Gela: “Tutti a Gela avevano un parente, un amico e spesso un bambino che soffriva di disturbi “.

Centinaia di bambini sono nati con anomalie congenite tra cui l’ipospadia – il disturbo dell’uretra – palatoschisi e spina bifida.

Kimberly Scudera, ventenne di Gela con spina bifida. Foto: Francesco Bellina per The Guardian

“Uno studio del 2011 del servizio sanitario italiano ha tratto una conclusione : dozzine di bambini muoiono nel grembo materno o entro una settimana dalla nascita, ogni anno a causa di complicazioni causate dalla contaminazione ambientale.” 

La scorsa settimana i pubblici ministeri hanno denunciato l’inquinamento ambientale nei confronti di cinque dirigenti di Eni, la più grande compagnia petrolifera italiana, che ha gestito una raffineria di petrolio a Gela per 54 anni.

“I pubblici ministeri hanno riferito che Eni per anni aveva nascosto illegalmente tonnellate di rifiuti tossici in una discarica sottomarina lunga tre miglia al largo della Sicilia.”

Se condannati, i dirigenti di Eni potrebbero dover affrontare fino a sei anni di carcere. Contattato dal Guardian, Eni ha detto che era “in attesa della decisione del giudice” e che si fidava del lavoro dei suoi manager a Gela.

Ora, dopo 10 anni di battaglia per assegnare la responsabilità criminale per i problemi di salute della città, gli italiani che vivono in questo deserto sentono come se fossero un passo più vicino alla giustizia.

In tutto ciò la tesi dell’azienda Eni è stata quella per cui non ci sono prove che le malformazioni siano state causate dalle emissioni della sua raffineria piuttosto che da altri fattori come lo smog o altre sostanze presenti nell’aria.

Ma nel 2007, Fontanella ha chiesto al tribunale locale di indagare sulla correlazione tra l’alto tasso di difetti alla nascita e l’inquinamento della raffineria, che i residenti hanno soprannominato “il mostro di Gela”.

Eccone il risultato tradotto: La corte ha accettato la sua proposta nel 2012 e ha incaricato ambientalisti, medici e genetisti di studiare i collegamenti.

Lo studio degli esperti ha concluso nel 2015 che il mare intorno a Gela era così inquinato che era “tecnicamente scorretto parlare della contaminazione tossica dell’acqua”.

“Il contaminante tossico dovrebbe essere inferiore a, in questo caso, l’acqua”, hanno scritto. “Gela sembra essere l’opposto: è l’acqua che è il contaminante della sostanza tossica”.

Il procuratore capo di Gela, Fernando Asaro, che ha guidato l’inchiesta. Foto: Francesco Bellina per The Guardian

Il procuratore capo di Gela, Fernando Asaro, che ha condotto le indagini a fianco della sezione locale della guardia costiera italiana, ha dichiarato: “Da un lato, l’impianto petrolchimico ha fornito lavoro a un gran numero di famiglie qui. Dall’altro, la sua presenza ha pesantemente inquinato l’aria, l’acqua e il sottosuolo dell’area, causando tumori e malformazioni genetiche tra la popolazione. Era nostro dovere, specialmente nei confronti di queste persone, intervenire “.

A questo punto ricapitoliamo la situazione: nel 1993 una commissione Ministeriale conclude uno studio sulle aree di Sviluppo industriale di Gela, Priolo, Augusta ed altre, e definisce le suddette aree industriali a grave impatto ambientale sul territorio e quindi sulla popolazione.

Nel 1998 lo stato italiano, maggior azionista dell’azienda in cui cinque dirigenti sono in attesa di giudizio, riconosce il potenziale legame tra la raffineria e i problemi di salute della città, e attraverso il ministero dell’ambiente include Gela in un elenco di aree altamente contaminate. Il governo quindi raccomanda all’Eni di eseguire i lavori di bonifica – per decontaminare l’area – con un costo stimato di 127 milioni di euro, mai completati.

Ed a noi gelesi cosa resta? Raccomandarci per un posto di lavoro nell’indotto; soffrire per curare i malati quando abbiamo la “fortuna” che rimangono in vita e piangerli quando ci lasciano; pregare che non capiti a noi oppure ai nostri cari.

Ma alla fine abbiamo la spiaggia ed il mare… però scordiamoci l’acqua perchè dagli studi fatti non mancherebbe solo dalle tubature e cisterne delle nostre case.

P.S. Vi consiglio di leggere l’articolo da cui ho tratto spunto. Le storie che vi sono narrate sono comuni a quasi tutti noi gelesi. Link