Un nisseno tra le vittime delle Foibe. Domani “Il giorno del ricordo”

È stato istituito con legge 30 marzo 2004 n.92, “Il Giorno del ricordo” per ricordare le vittime delle foibe,i tanti italiani uccisi e gettati nelle cavità carsiche dai comunisti iugoslavi e le migliaia di persone costrette ad abbandonare la propria casa e la propria terra per sfuggire alla morte”. Ma dobbiamo mettere in evidenza il fatto che si continua a discriminare tra i morti, tant’è che anche quest’anno le amministrazioni pubbliche brillano per avere organizzato poco o nulla in memoria dei martiri delle foibe. Eppure, si è trattata di una vera e propria pulizia etnica, perpetrata dal comunista Tito, volta ad azzerare la presenza italiana nelle terre d’Istria, Fiume e Dalmazia e poterle così annettere alla Jugoslavia, cosa che puntualmente accadde con il trattato di Parigi del 10 febbraio 1947. Gli esuli istriani come i morti delle foibe non erano fascisti nè collaborazionisti, ma casalinghe, contadini, militari, carabinieri, impiegati, e ancora prima donne e uomini italiani” . Per cui è un dovere tenere vivo il ricordo del sacrificio dei nostri connazionali, che hanno pagato con la vita per difendere l’identità italiana. Un’identità che il maresciallo Tito, immoralmente insignito dell’onorificenza di Cavaliere della Repubblica Italiana, ha cercato in tutti i modi di cancellare. Tra le vittime delle Foibe vi era  Luigi Bruno, poliziotto nisseno sparito il 4 maggio 1945. Una vittima innocente  della caccia agli italiani scatenata da Tito. Bruno, era un ex maresciallo dell’esercito nella grande guerra che era transitato nei ranghi della polizia e da agente scelto viveva a Fiume con la famiglia. Il ricordo di quei terribili giorni è ancora vivo nella figlia Anna Maria, maestra in pensione, che ha già ritirato una onorificenza nel lontano 2006 al Quirinale dal presidente Ciampi. Domani Caltanissetta si ricorderà di Luigi Bruno con la consegna della medaglia d’onore, da parte del prefetto Maria Teresa Cucinotta, e l’intitolazione di una strada. Aveva 53 anni e prestava servizio alla questura di Fiume. “Il 4 maggio 1945 – ha scritto in una testimonianza di Anna Maria Bruno raccolta in un libro e pubblicata nel sito della Polizia – mio padre si recò al comando per consegnarsi così come ordinato dal nuovo regime di Tito. Ricordo che mia madre lo pregò di non andare, come presagendo qualcosa di terribile, ma lui rispose che non v’era nulla da temere. Consapevole della gravità del momento e dell’odio dei partigiani slavi per l’elemento italiano e per qualsiasi forma di autorità che ancora lo rappresentasse, mio padre scelse quindi di rispondere alla chiamata per tenerci fuori da possibili rappresaglie”.