Una vita, Italo Svevo

Nel primo romanzo “Una vita” del triestino Italo Svevo, pseudonimo di Ettore Schmitz, compaiono già i temi di fondo dell’opera sveviana: il senso di sconfitta dell’individuo che, determinato nelle sue azioni da una società retta sulla spietata competitività e sulla selezione naturale e sociale, ha smarrito, insieme con la capacità d’inserimento attivo nella società stessa, coerenza e fermezza morale, in altre parole ha perso quel senso di giustizia nel quale lo stesso Schopenhauer ravvisava un mezzo per riscattarsi dalla “colpa” di vivere e del dolore.

Il nuovo personaggio è l’inetto, Un inetto era il titolo originario del romanzo, portato più a rifugiarsi nel sogno che affrontare la lotta. Alfonso Nitti ha lasciato il suo rassicurante ambiente paesano, e si impiega a Trieste, presso la Banca Maller, nella quale, nonostante la sua buona cultura è costretto al lavoro meccanico e sterile di copista. Qui conduce una grigia esistenza, diviso tra i suoi sogni (di gloria letteraria, perché fantastica di scrivere un libro; di avere successo con le donne, che però insegue per strada ma senza mai fermarli) e la meschina realtà: il lavoro di ufficio che esegue anche male, gli intrighi dell’ambiente di banca, un microcosmo in cui si riproducono i comportamenti di una società ipocrita che egli disprezza, la povera casa dove ha in affitto una stanza e dove però si comporta come i suoi superiori fanno con lui, con condiscendente sufficienza.

Finché non arriva l’imprevisto, che può cambiare il suo destino, introdotto da un amico nella casa del banchiere Maller conosce la bella figlia Annetta, appassionata a sua volta di letteratura, e dopo un snervante corteggiamento riesce a sedurla, realizzando l’unico atto concreto della sua vita. Si profilano un matrimonio, il prestigio sociale e la fine delle umiliazioni, ma anche l’addio alla sterile fantasticherie, alle illusioni che nutre su se stesso, viene risucchiato dal sogno e con la scusa della madre ammalata fugge al paese e anche da se stesso. Al suo ritorno trova tutto cambiato, dalla gelida accoglienza in banca, al fidanzamento di Annetta, viene anche sfidato a duello dal fratello di lei. Sconfitto, non resta che l’ultima illusione…
Alfonso si crede vittima della società, ma non si accorge che egli stesso di quella società fa parte giacché ne accetta le regole, esemplare è il suo,duplice atteggiamento: remissivo e servile nell’ambiente lavorativo, invece autoritario nella casa in affitto, anche la propria fede in se stesso è illusoria, come illusori sono i suoi pseudo-ideali di onorabilità, dignità ecc.. 

Alfonso è un disadattato ben consapevole delle difficoltà esistenziali e sociali con cui deve confrontarsi, vorrebbe essere un intellettuale, un uomo di cultura superiore, ma l’universo letterario costituisce per lui solo un’effimera dimensione compensatoria, dalla quale la sua falsa coscienza ricava gli alibi per nascondere a se stesso,i,suoi fallimenti. Il suo cervello, come fa notare Macario, ogni giorno nutrito da valori umanistici, è inabile alla lotta per l’autoaffermazione che nella società borghese ognuno deve intraprendere. la sua sconfitta non scaturisce da inesorabili meccanismi sociali, ma dalla sua inettitudine che lo porta ad autoingannarsi sul proprio comportamento e sulle dinamiche che lo guidano. I suoi sogni non lo aiutano a vivere anzi al contrario, lo portano verso una morte, ma quel l’atto estrema non è visto come liberazione ma per lasciare negli altri il rimpianto e rimorso. Un altro personaggio particolarmente interessante è Macario, il giovane brillante che sposa la ricca ereditiera Annetta, egli rappresenta antagonista, dotato di tutte le virtù che mancano al protagonista come sicurezza, disinvoltura, intraprendenza, audacia, proprio per questo ammirato e odiato da Alfonso. 

Una vita esce nel 1892 e passa del tutto inosservato, la stessa sorte toccherà al secondo, “Senilità”, edito nel 1898, e non avrà migliore fortuna anche “La coscienza di Zeno”, pubblicato nel 1923. Tra il primo e il terzo romanzo intercorrono venticinque anni, durante i quali diventa un uomo d’affari di successo. Quando un corrispondente d’affari gli chiede se è proprio lui l’autore dei due romanzi, nega asserendo che sono opera di suo fratello, perché l’attività letteraria è di poca serietà per l’uomo d’affari triestino.
Svevo/Schmitz sperimenta la stessa condizione esistenziale tipica dei suoi personaggi, un diverso, nato in una famiglia di agiati commercianti ebraici, ma affascinato dalla letteratura. Per lo scrittore la letteratura è concepita come una modalità di “salvezza” personale e la scrittura una terapia come nella “Coscienza di Zeno” quando lo psicanalista affida al protagonista il compito di scrivere la sua biografia. Il suo lungo periodo di silenzio pubblico è molto fecondo, scrive favole, commedie, pagine di diario, novelle tutte pubblicate dopo aver raggiunto la notorietà. La vocazione letteraria, sempre presente in lui tanto da scrivere alla moglie: “Resto sempre l’antico sognatore. Deve esserci nel mio cervello qualche ruota che non sa cessare di fare quei romanzi che nessuno vuole leggere”.

È la scrittura che aiuta Svevo/Schmitz a sopportare la monotonia di un lavoro che non avrebbe voluto svolgere, ma che si dedica con serietà e competenza. Fondamentali, in quegli anni di apparente inattività letteraria, sono i due incontri, quello con lo scrittore ebreo Joyce e futuro autore di “Ulisse” esule a Trieste dall’Irlanda e per motivi famigliari, quello con il mondo della psicoanalisi freudiana, nota a Trieste, nell’ambiente ebraico.

I primi romanzi sono accompagnati dall’indifferenza della critica forse anche per l’utilizzo di una lingua lontana dall’italiano letterario. Questo silenzio è rotto clamorosamente dagli interventi di Joyce e di Montale che fanno conoscere, troppo tardi, l’opera di Svevo in Europa e in Italia, perché nel 1928 a causa delle ferite riportate in un incidente automobilistico stroncano la vita dello scrittore, in un periodo ancora di grande fecondità creativa.

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