Unicef: 26 anni fa, la Convenzione sui Diritti dell’Infanzia

Si è tenuto ieri, nei locali della chiesetta San Biagio, un incontro per celebrare il 26°anniversario della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Relatori, l’avvocato Simone Morgana, componente dell’Ufficio legale nazionale Fiab, la psicologa Stefania Pagano, referente per Gela dell’associazione Meter e la professoressa Rosalba Marchisciana, dirigente del Primo Istituto Comprensivo. Presenti, Ketty Damante, assessore all’Istruzione, ai Servizi sociali e allo Sport, e la referente Unicef di Gela Giusi Ferrera. A coordinare i lavori, la preside Elia Aliotta, portavoce del Gruppo locale dei volontari Unicef.

Era il 20 novembre 1989 quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò un documento di portata storica, sulla scia di quanto realizzato quarantuno anni prima con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Al suo interno, organizzati in 54 articoli, vengono enunciati i diritti di cui dovrebbe godere ogni bambino, ossia quello alla vita, a ricevere un’istruzione adeguata, a disporre di cure mediche, a giocare e a essere tutelato da ogni forma di sfruttamento.

Da ormai molti anni, l’Unicef, Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, istituito nel 1946, rappresenta un punto sicuro di riferimento per i minori di tutto il mondo, soprattutto nelle regioni sottosviluppate o con forti squilibri economici e sociali.

Anche se in calo rispetto al passato, i numeri relativi al fenomeno del lavoro minorile restano ancora allarmanti. Circa 168 milioni, i bambini e gli adolescenti che, nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo, sono costretti a procurarsi da vivere, lavorando in condizioni precarie e a ritmi estenuanti. Un vero e proprio mercato, quello che regola la gestione della manodopera infantile. A fare gola ai protettori è il cospicuo vantaggio economico che deriva da tale sfruttamento. In condizioni di assoluta precarietà vivono anche i bambini delle gigantesche bidonville. Molti di loro sono orfani o abbandonati, costretti a vivere tra i rifiuti, chiedendo l’elemosina e a trasformarsi, talvolta, persino in ladri o spacciatori per poter sopravvivere. Il business della droga è, infatti, una delle gabbie infernali per i più poveri. Altri bambini, invece, vengono rapiti per alimentare il traffico illegale degli organi da trapiantare o, ancora, ingaggiati come braccia armate.

Un’altra piaga è lo sfruttamento sessuale, molto spesso collegato al mercato della pedopornografia. A subire violenze gravissime sono le bambine, sottoposte a mutilazioni genitali e al matrimonio in età infantile. In alcuni Paesi, esiste ancora la pratica della selezione sessuale, che impone, in molti casi, di abbandonare o addirittura sopprimere le neonate.

Su scala internazionale i vari comitati Unicef hanno ancora molto da lavorare, in sinergia con enti e associazioni per migliorare la qualità di vita dei bambini delle aree più povere. Anche in Italia, seppure relativamente a una fenomenologia differente, i dati indicano una soglia notevole di degrado e povertà per molti minori. Si aggira intorno a 260.000 mila il numero dei ragazzi al di sotto dei 16 anni coinvolti nel lavoro minorile. Più di 1 su 20. Cifre che non lasciano margini d’interpretazione. La sfida sociale e umanitaria è ancora aperta.

In particolare nel meridione, secondo le statistiche, vi sono diverse punte di criticità e, per molti aspetti, quelli racchiusi nella Convenzione appaiono come semplici diritti di carta.

Anche Gela è lontana dall’applicazione puntuale dei diritti sanciti nel documento. Nella città del golfo, dotata di un grande potenziale mal gestito, mancano ancora spazi idonei alla sicura attività ricreativa dei bambini, e il diritto alla salubrità dell’ambiente è stato calpestato per lunghi anni.

Un fronte unico e coeso quello che da Onu e Unicef sono chiamate a formare le istituzioni pubbliche di ogni città e nazione, nell’adozione di misure preventive efficaci, finalizzate a proteggere e a garantire il diritto prezioso e inalienabile di ogni bambino di godere appieno della propria infanzia.