Violenza o resistenza a pubblico ufficiale

Confermata in appello la condanna a sei mesi di reclusione e settemila euro di multa a carico di una donna gelese per aggressione ad alcuni agenti di polizia municipale.

In casi siffatti vengono in rilievo varie norme del codice penale, in teoria tutte applicabili. Saranno poi le specifiche modalità e finalità dell’azione delittuosa a far propendere gli operatori del diritto verso l’utilizzo di una o più di esse.

Ricorre senz’altro alternatività tra la fattispecie di violenza o minaccia a un pubblico ufficiale o a un incaricato di pubblico servizio, prevista dall’art. 336 cp e la fattispecie di resistenza a danno degli stessi soggetti, di cui all’art. 337 cp. Entrambe le disposizioni tutelano il libero operare della pubblica amministrazione da intrusioni private.   La violenza e la minaccia sono elementi costitutivi di entrambi i delitti.  Nel primo caso esse sono utilizzate dall’agente per coartare la volontà del pubblico ufficiale nell’atto stesso in cui si sta formando, al fine di costringerlo a omettere un atto del suo ufficio o a compiere un atto contrario ai suoi doveri; l’azione violenta o minacciosa interviene, pertanto, prima che l’attività propria del pubblico ufficiale abbia avuto inizio o comunque prima che la stessa venga portata a termine. Nel reato di resistenza, invece, la violenza o minaccia agiscono mentre l’ufficiale sta compiendo l’atto e sono preordinate a impedire e/o ostacolare concretamente l’azione già intrapresa.

In entrambe le fattispecie è chiaro che la qualifica posseduta dalla parte offesa – anche se e quando agisce in borghese – deve essere ben nota all’agente. In mancanza di consapevolezza circa la posizione rivestita dal pubblico ufficiale, l’azione delittuosa ricadrà nelle fattispecie comuni di minaccia e violenza. D’altronde, viste le finalità dell’agente, quest’ultima è più un’ipotesi di scuola.  I reati in considerazione contemplano, infatti, un dolo specifico, atteso che la violenza o la minaccia sono preordinate ad uno scopo ben preciso; i reati si considerano, comunque, perfezionati anche laddove l’attività delittuosa non abbia sortito gli effetti sperati dall’ agente.

Non integrerà il reato di violenza o resistenza a pubblico ufficiale la condotta illecita mantenuta dall’agente quando manca un nesso di causalità con l’attività propria del soggetto offeso, denotando al contrario unicamente astio e ostilità verso di lui o la categoria da lui rappresentata. L’agente in questo caso sarà chiamato a rispondere di violenza privata o ingiuria, stante l’abrogazione della figura dell’oltraggio.

Ci sarà concorso tra il reato di lesioni e quello di resistenza a pubblico ufficiale quando la violenza oltrepassi la misura necessaria a opporsi ad un’attività in corso del pubblico ufficiale e cagioni a quest’ultimo lesioni personali. La lesione sarà aggravata perché teleologicamente legata alla commissione di un altro reato, nel caso di specie quello di resistenza a pubblico ufficiale. La contestazione potrebbe, peraltro, prevedere un’ulteriore aggravante nell’ipotesi in cui la persona offesa è un ufficiale o un agente di polizia giudiziaria o di pubblica sicurezza. Ci sarà altresì concorso col reato di favoreggiamento anche quando l’aiuto si risolva nell’uso di violenza o minaccia a pubblico ufficiale perché i due reati offendono beni giuridici dissimili.  Stesse considerazioni valgono nel caso di concorso con il reato di tentato omicidio.

Il privato andrà assolto quando l’atteggiamento del pubblico ufficiale ha dato causa all’azione violenta perché caratterizzato da vessatorietà e arbitrarietà. La ricorrenza di tale esimente riguarda l’ipotesi in cui il pubblico ufficiale esorbiti i limiti delle sue attribuzioni per finalità estranee agli interessi della pubblica amministrazione per la quale è chiamato a operare. L’eccessiva sproporzione tra iniziativa assunta e situazione concreta da fronteggiare determina l’arbitrarietà dell’atto pubblico e legittima, pertanto, la reazione violenta o minacciosa del privato.

Anche la sola resistenza passiva, come la semplice fuga, è condizione sufficiente di assoluzione per l’agente, il cui comportamento antigiuridico, meritevole di condanna, dovrà estrinsecarsi in una violenza attiva – anche quando impropria perché rivolta contro cose – finalizzata allo scopo di intralciare il normale svolgimento di una funzione pubblica.